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LIBIA: CORSI E RICORSI

TORQUATO CARDILLI - Mi sono occupato più volte, anche da queste colonne, di Libia, paese dove ho vissuto per quasi quattro anni, per cercare di individuare la politica più rispondente agli interessi nazionali.
I fatti di questi giorni (minacce islamiste, rapimenti, estorsioni, immigrazione clandestina continua, reati vari contro lo Stato) e le reazioni scomposte di alcuni politici italiani ci riportano indietro di 100 anni, alla storia degli antichi rapporti tra Roma e Tripoli. Proviamo a leggerne le similitudini ed evitiamo di ripeterne gli errori.
Nel 1900 l’Italia viveva il cosiddetto periodo giolittiano in cui destra e sinistra avevano perduto quasi ogni significato con molti deputati, che - si diceva allora - entravano in Aula dalla porta di sinistra, facevano qualche esperienza e dopo poco tempo, compiuto il giro del semicerchio, entravano dalla porta di destra, o viceversa. Era una fase politica che alcuni definivano "priva di ideali e di fede"; e che aveva svuotato completamente le rivendicazioni dei lavoratori, Come oggi.
Da tempo l‘Italia aveva stabilito insediamenti commerciali in Tripolitania (il nome romano di Libia sarà utilizzato solo dopo la conquista italiana) con l’apertura in varie città di Consolati, di uffici postali, di scuole, di ambulatori, di agenzie, di banche e molte imprese incoraggiavano l'emigrazione e il commercio. Questa penetrazione pacifica però era osteggiata tanto dai funzionari del governo turco quanto dai beduini retrogradi e conservatori, gelosi della tradizione tribale. Continui erano gli atti di angheria e di sopraffazione in varie parti del territorio ottomano (ci fu il rapimento della figlia sedicenne di un funzionario italiano delle ferrovie, convertita forzatamente all’Islam e data in moglie a un musulmano, l’uccisione di alcuni sacerdoti, le rapine contro commercianti, ecc.). Come oggi.
In Tripolitania l'ostilità delle autorità ottomane, aperta o subdola, aveva l’obiettivo di contrastare gli interessi economici e commerciali dell'Italia. Le domande di concessioni fatte da imprese italiane (acqua, molini, oleifici, impianti tecologici, lavori stradali ecc.) erano sistematicamente boicottate o ritardate per corruzione, rendendo difficili l'acquisto di terreni e le volture catastali mentre persino la missione archeologica italiana, veniva ostacolata; il tutto in flagrante violazione delle capitolazioni.
A Roma gli ambienti nazionalisti, finanziari e religiosi incominciarono ad esercitare pressioni sul governo per una forte presa di posizione, perfino di carattere militare, contro la Turchia e la stampa cattolica alimentava la propaganda imperialista presentando l’eventuale guerra come una nuova "crociata contro gli infedeli" mentre l'occupazione della Tripolitania  avrebbe rappresentato un’acquisizione di anime alla cristianità. Scesero in campo persino vari esponenti della cultura del tempo per celebrare le “canzoni delle gesta d’oltremare” (D’Annunzio) o per divulgare lo slogan “la grande proletaria s’è mossa (Pascoli).
Come oggi.
Sul piano internazionale la Francia non era contenta di vedere l'Italia a ridosso delle sue colonie, ma dopo aver sistemato a fatica la questione marocchina, non poteva avanzare ulteriori rivendicazioni sul Nord Africa; la Russia, viceversa, per via della sua tradizionale ostilità antiturca (il ricordo della guerra di Crimea era ancora vivo) vedeva volentieri un’espansione italiana ai danni dell’impero ottomano, così come l'Inghilterra, che desiderava evitare a tutti i costi l'insediamento nel Mediterraneo della Germania sospettata di mire espansionistiche dopo la Conferenza di Berlino del 1888. Quest’ultima essendo alleata dell’Italia non era intenzionata a incrinare l’alleanza per un lembo di deserto ed anzi era portata a condizionare anche l’impero asburgico verso un atteggiamento di benevolenza.
Su questa tela di fondo, tutto sommato favorevole o non particolarmente ostile da parte delle varie potenze nei confronti dell’espansione italiana, si scorgeva in trasparenza anche il recondito auspicio delle cancellerie europee che l'Italia potesse sbattere in Africa il muso per la seconda volta (dopo la tremenda batosta di Adua di 15 anni prima) dato che negli ambienti militari internazionali, che avevano sperimentato direttamente il valore dei Turchi, l'esercito italiano non riscuoteva una buona reputazione.
Come oggi.
Scontando la neutralità o il disinteresse europeo alla vicenda, il ministro degli esteri Antonino Paternò di San Giuliano interpretò le pressioni dei nazionalisti, dei liberali, dei cattolici, come una spinta a lavare l’onta al prestigio nazionale inferta da Menelik, e assecondando gli interessi economici degli imprenditori, volle passare all’azione nel timore che il trascorrere del tempo potesse rischiare di fargli perdere il momentum favorevole all’impresa.
Come oggi.
Così il 28 settembre 1911 ordinò al nostro incaricato d’affari a Costantinopoli De Martino di consegnare alla Sublime Porta una durissima nota di protesta per le angherie cui erano soggetti a Tripoli gli Italiani e avvertiva che sarebbe stato considerato un atto gravemente ostile l'approdo in quel porto di navi militari turche (pur sapendo, o anzi proprio perché sapeva, e voleva creare il casus belli, che una nave militare aveva già lasciato il Bosforo per Tripoli) che si concludeva con l’ultimatum di accettare l’intervento diretto italiano per la protezione degli interessi dei propri cittadini, ultimatum a cui l’impero ottomano avrebbe dovuto rispondere con soddisfazione entro 24 ore.
Istanbul rispose in modo ritenuto insoddisfacente dal Governo italiano che era ormai intenzionato all’azione militare, perché non garantiva la sicurezza degli italiani, perché la disposizione ad accordare all'Italia le concessioni economiche era condizionata ad una imprecisata compatibilità con la dignità e la tradizione del Paese, e perché la nave con i rifornimenti militari era già arrivata prima della scadenza dell’ultimatum. Parallelamente i capi arabi tripolini telegrafavano al Governo inglese pregandolo di intervenire per impedire l'occupazione italiana. La stampa turca minacciava l'espulsione di tutti i cittadini italiani dall'impero ottomano e la proclamazione della guerra santa, promuovendo comizi e dimostrazioni contro l'Italia, mentre nelle città libiche gli "ulema" predicavano lo sterminio degli infedeli e specialmente degli Italiani. Le stesse cose che dicono oggi i terroristi dello Stato islamico.
Il 29 settembre l’incaricato d’affari italiano per ordine di Vittorio Emanuele III presentò al gran visir questa dichiarazione di guerra: Il termine che il Governo italiano aveva accordato al Governo turco è trascorso senza che gli pervenisse una risposta soddisfacente a conferma del malvolere o dell'impotenza di cui il Governo e le Autorità imperiali hanno già fornito numerose prove specialmente per ciò che concerne la tutela degli interessi o dei diritti italiani in Tripolitania e in Cirenaica. Il governo italiano si vede per conseguenza obbligato a provvedere direttamente alla salvaguardia di quei diritti ed interessi come della dignità e dell'onore del Paese con tutti i mezzi di cui dispone. Gli avvenimenti che seguiranno non potranno essere considerati altrimenti che come la conseguenza necessaria, per quanto penosa, del contegno adottato da lungo tempo dalle Autorità dell'impero di fronte all'Italia. Essendo quindi interrotte le relazioni d'amicizia e di pace fra i due Stati, l'Italia si considera da questo momento in stato di guerra con la Turchia.
La guerra italo-turca iniziò il 30 settembre 1911 con la partenza della squadra navale italiana, forte di 34.000 uomini che diventarono poi col tempo ben 80.000, accompagnata dalle note della canzone “Tripoli bel suol d’amore, sventoli il tricolore sulle tue torri al rombo del cannon”. Essa durò poco più di un anno fino al 18 ottobre 1912 e costò all’Italia 3.431 morti e 4.220 feriti, mentre i turchi, con una forza schierata di poco più di 28.000 uomini aiutati da alcune migliaia di mehalla irregolari ebbero quasi 9.000 morti.
Le operazioni militari furono inframmezzate da episodi di rara crudeltà: 290 bersaglieri attratti in un’imboscata a Sciara Sciatt, nei pressi di Tripoli, furono fatti prigionieri e trucidati dopo indicibili torture (accecati, evirati, crocifissi, bruciati vivi, decapitati, tagliati a pezzi) con inevitabili rappresaglie da parte italiana con procedimenti sommari di fucilazioni e impiccagioni di oltre 1.000 civili.
Come fanno oggi quelli dell’Isis quando sgozzano i civili catturati o trucidano nel dolore i militari fatti prigionieri.
Fin qui la storia di un secolo fa. A 100 anni di distanza da quei fatti, il 17 febbraio 2011 il popolo libico si rivoltava contro Gheddafi che aveva tenuto sotto controllo il paese per 42 anni con un pugno di ferro. Il presidente Sarkozy nel tentativo di recuperare il consenso perduto presso il popolo francese e il premier britannico Cameron, sempre in prima fila quando si tratta di menar le mani, colsero al volo l’occasione dell’aperta rivolta iniziata a Bengasi e propagatasi a Misurata per regolare i conti in sospeso con Gheddafi. I primi raid aerei furono lanciati contro il grosso del potenziale militare di Gheddafi ancor prima che ci fosse una decisione favorevole delle Nazioni Unite e della Nato che servirono come foglia di fico successiva, per nascondere la vergogna di un’aperta violazione delle convenzioni e del diritto internazionale. E l’Italia dapprima riluttante si accodò mestamente all’aggressione temendo di perdere i suoi investimenti ed interessi petroliferi.
La schiacciante superiorità aerea degli alleati costrinse Gheddafi a vedere cadere una alla volta in mano ai rivoltosi le città libiche che avevano resistito eroicamente alle sue cannonate, e a rintanarsi sempre di più nel bunker di Tripoli finché non ne fuggì il 23 agosto per evitare la cattura. Ma ormai era diventato una preda disperata; due mesi dopo, il 20 ottobre 2011, fu catturato a Sirte in u rifugio antiaereo da una banda di rivoluzionari che lo uccisero facendone strazio e filmando il vilipendio del cadavere.
Mentre il Consiglio Nazionale Transitorio dichiarava la "liberazione" della Libia, nessuna delle potenze intervenute a dar man forte ai rivoltosi contro Gheddafi aveva pensato minimamente al dopo, salvo gli americani che si preparavano a ricorrere al vecchio metodo della utilizzazione degli esuli per riportare in Libia il generale libico Haftar (ex comandante di Gheddafi nella guerra del Ciad e riparato negli USA) con lo scopo di creare un governo fantoccio.
L’anno successivo si tennero le prime elezioni libere in cui ebbe il sopravvento l’ala moderata laica di Mahmud Jibril, ma il Paese era in preda alla violenza delle milizie di ex ribelli che non avevano ceduto le armi dopo la caduta del regime, di gruppi di ufficiali e soldati gheddafiani sbandati, di delinquenti comuni che avevano saccheggiato le armerie, di fanatici musulmani che spingevano nel rafforzare le spinte autonomistiche regionali verso l’antico sistema tribale.
In questo clima la ricorrenza dell’anniversario dell’attentato alle torri gemelle di New York, fu festeggiata l’11 settembre 2012, con l’assalto al Consolato degli Stati Uniti a Bengasi da parte di un gruppo di al Qaeda, detto Ansar al Sharia, che non si limitò all’incendio e al saccheggio  dell’immobile ma uccise  l'ambasciatore americano Chris Stevens e tre funzionari della Cia che lì operavano con copertura diplomatica.
Nei mesi successivi altre Ambasciate occidentali vennero prese di mira e costrette a chiudere i battenti per le minacce dei miliziani che assaltarono a Tripoli anche diversi ministeri (Giustizia, Esteri, Interno) per ottenere una specie di riconoscimento politico.
Solo ad ottobre dell’anno dopo (2013) diventò chiaro a tutti lo scopo dell’infiltrazione degli agenti della Cia in Libia: con un blitz di forze speciali americane eliportate da una portaerei riuscirono a catturare a Tripoli Abu Anas al Libi, un responsabile di al Qaeda, considerato l’organizzatore degli attentati del 1998 alle Ambasciate americane in Kenya e Tanzania che causarono centinaia di vittime (al Libi morirà, si dice per malattia, in un carcere americano a gennaio 2015, anche se si è fatta strada l’ipotesi che non abbia resistito alle torture a cui era stato sottoposto).
L’operazione del commando americano scatenò polemiche e proteste che sfociarono nel sequestro popolare del primo ministro Zeidan, ritenuto colluso con gli americani. A quel punto il generale Khalifa Haftar diede il via, con il sostegno finanziario e strumentale americano, all'operazione “dignità" contro le milizie islamiche a Bengasi. Accusato all’inizio di tentativo golpista nei mesi successivi fu riassorbito nelle forze armate regolari contro i jihadisti.
A quattro anni esatti dall’inizio della rivolta contro Gheddafi, nella più colpevole indifferenza dell’Occidente (gli americani come costume conducevano una partita tutta loro senza scambio di informazioni con gli alleati), la Libia sprofondava nella più totale anarchia, teatro di guerra aperta tra bande e milizie islamiche di varie tendenze, spaccato in due, con due parlamenti e due governi (uno a Tobruk di Abdallah al Thani, riconosciuto dalla comunità internazionale e l’altro, distante 1200 kilometri, a Tripoli di Omar al Hassi, vicino ai fratelli musulmani) di cui nessuno autorevole e in controllo della situazione. In mezzo, nella città di Derna, gli estremisti islamici proclamavano la rinascita del califfato e l'alleanza con lo Stato islamico.di Abu Baktr al Baghdadi che, in breve tempo, raggiungeva anche Sirte e i sobborghi di Tripoli.
E proprio qui l’attentato terroristico contro l’hotel Corinthia (gennaio 2015), il più lussuoso della capitale libica, frequentato da diplomatici e uomini d’affari stranieri, segnò il punto di non ritorno nell’escalation terroristica propagandata con il filmato della decapitazione di 21 civili egiziani copti.
Da quel momento la tratta degli esseri umani provenienti per lo più dall’Africa nera si è fatta più intensa, più crudele, più aggressiva, più industriale più organizzata, una macchina da soldi inesauribile, utilizzata con tutti i mezzi disponibili dalle carrette del mare ai moderni gommoni (per lo più di fabbricazione italiana), con l’ausilio di navi madri e la protezione armata tanto da sfidare i nostri guardiacoste accorsi per salvare da morte certa migliaia di naufraghi.
E’ stato in questo frangente che il governo italiano ha denunciato paurosi sbandamenti e mancanza di lucidità politica di due ministri, uno più improvvisatore dell’altra, senza far torto alla parità di genere. Il Ministro degli Esteri e quella della Difesa hanno perso del tutto il senso della misura e della realtà e si sono esposti in modo impietoso all’ironia da avanspettacolo.
L’impacciato Gentiloni, infischiandosene della carta costituzionale e del sentimento popolare, ha dichiarato ai media che l’Italia era pronta alla guerra. Da parte sua l’ineffabile Pinotti, con la faccia truce da commando, gli è andata a ruota dicendo che l’Italia era in prima linea nell’intervento militare e che se aveva mandato 5.000 uomini a combattere in Afghanistan, terra lontana, poteva certamente fare altrettanto con la Libia che è alla porte di casa e dove guiderà la missione ONU.
Ci ha pensato il presidente del Consiglio Renzi a metterci una pezza. Raffreddando gli animi, in attesa che si pronunci il Coniglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, ha messo in guardia chi si fa trasportare da facile entusiasmo nel passare dall'indifferenza totale all'isteria irragionevole.
Certo le centinaia di morti annegati ad ogni tentativo di traversata verso l’Italia e l’immondo e spregevole mercato di poveri disgraziati che frutta alla criminalità non meno di trecentomila dollari a viaggio, merita una risposta chiara, senza farsi ipnotizzare dalla retorica per cui se dici che le nostre risorse umane, finanziarie, tecniche vanno indirizzate a fini più immediati di sicurezza nazionale, vieni scambiato per militarista.
Bisogna che il governo indichi quale è l’obiettivo che ci prefiggiamo e come conseguirlo, senza facili affidamenti ad altri, Stati o a Organizzazioni internazionali. Se dobbiamo affrontare l’emergenza degli immigrati e il contrasto alla criminalità politica da soli, nell’indifferenza europea (dov’è la Mogherini?) dobbiamo ripagare la comunità internazionale della stessa moneta.  Quanto ci costa la permanenza in Afghanistan? Ritiriamo i nostri militari dall’estero, senza nemmeno pensare all’Ucraina, e dedichiamo le risorse umane, finanziarie e tecniche a stroncare il contrabbando di negrieri sulla pelle di centinaia di migliaia di disperati e a difendere i nostri confini, che in fatto di sicurezza nazionale, di fronte a Stati in dissoluzione, iniziano sulla battigia africana e non alla fine del mare territoriale.
La nostra forza militare e di polizia, e le tasse del popolo italiano non vanno sprecate, ma concentrate per proteggere il nostro equilibrio sociale ed evitare infiltrazioni di esaltati fanatici assassini.
Quale la strategia migliore, più facilmente attuabile in tempi brevi? Un intervento risolutivo, molto lontano, e meno costoso, da quello ipotizzato dal duo Gentiloni-Pinotti: distruggere e affondare sul posto tutte, ma proprio tutte, le barche, barconi, pescherecci, gommoni, natanti, che si trovano sul litorale libico con operazioni di incursori, di commando, con droni, con aerei ecc. Non ci sarebbero vittime a meno che i negrieri non ingaggino un conflitto a fuoco. E che provi qualcuno all'ONU o in Europa a criticare l'Italia che agisce per legittima difesa!. Il Califfato nelle sue varie articolazioni territoriali non si combatte con le bombe, né con le sfilate di politici in passerella per ipocrite manifestazioni di condoglianze e solidarietà che lasciano il tempo che trovano, ma con l'isolamento ermetico, fisico e finanziario. Nessuno deve uscire dai paesi in cui agisce l'Isis e nessuno deve entrarvi. Soprattutto niente armi, niente petrolio e niente soldi e guai a chi viola l’embargo.

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