Sab08182018

Last updateGio, 09 Ago 2018 10am

Mostra nei Rifugi di Via Roma a Colleferro

Pensierino della sera: quando tornerò a giocare in giardino?Le luci e le ombre del ricordo. L’immaginazione sotterranea dell’arte contemporanea
Giancarlo Cecchetti - Da una porticina anonima, grigiastra, si scendono le scale e una nuova dimensione ti avvolge in un turbinio di emozioni: inizi a respirare la Storia, o  meglio, le storie delle persone che hanno vissuto  l’esperienza traumatica dei Rifugi di Via Roma a Colleferro. I dati raccolti, le informazioni, sono schegge di pensieri che si concretizzano in sensazioni vivide, in immagini potenti con tutte le sfumature e le tonalità della concretezza della vita. Di conseguenza, la prima riflessione è segnata dall’empatia,  la commozione, per la sofferenza della popolazione costretta dagli avvenimenti bellici della II Seconda Guerra Mondiale a trovare riparo in questi cunicoli.
Scavati negli anni ’20 del secolo scorso,  ne ricavarono la pozzolana usata per l’edificazione dei quartieri per gli operai e per gli impiegati della fabbrica B.P.D.; tornarono utili come ricovero durante gli allarmi aerei. All’inizio l’uso fu sporadico e limitato fino al cessato pericolo, ma nel ‘44, con l’avanzata delle forze alleate e la conseguente intensificazione dello scontro bellico, divenne  una scelta obbligata per i cittadini trasferirsi nei rifugi fino alla liberazione del ’45.
Nell’arco dei dodici mesi i rifugi si trasformarono in una vera città sotterranea (si stima che vi trovarono alloggio circa 1.500 persone) con tanto di anagrafe, cappella religiosa , sala da ballo, infermeria e sala parto, osteria e un mercatino. Quell’esperienza, dai seguiti umani peculiari,  in qualche modo andava rivisitata e riportata, non solo metaforicamente, di nuovo alla luce.
Sono partito da queste premesse per tracciare un tema che valorizzasse la memoria di quel luogo, proponendo all’Amministrazione  del Comune di Colleferro una mostra d’Arte Contemporanea con il proposito di non disperdere il valore e il significato di quella vicenda.
Un compito arduo, ma allo stesso tempo appassionante, perché l’interrogativo era: come può  l’Arte Contemporanea con tutte le sue tecniche, teorie, sperimentazioni  trovare la giusta modalità  per lo scopo?  Alla fine la soluzione è stata  delineare un tema che fosse   segnato proprio dall’empatia, ossia identificarsi con i protagonisti e indagare  i risvolti del ricordo,  preferendo un taglio esistenzialista, riflessivo, sul vissuto individuale, come enunciato dal sottotitolo della mostra: “Le luci e le ombre della memoria”.
Il successivo passaggio è stato selezionare e invitare gli artisti a misurarsi con il significato profondo di cui il luogo è portatore e a dare il proprio contributo al progetto. Sorprendente  è stata la risposta entusiasta dei colleghi interpellati, dando forza e sostegno alla riuscita dell’operazione, proponendo  opere che, nella loro singolarità stilistica, offrono una panoramica intrigante del tema.  Nella maggioranza dei casi sono state pensate e realizzate per il luogo stesso (nel gergo  critico-artistico site specific), in altri casi riadattamenti di opere precedenti (e ciò palesa l’interesse dell’arte per le tematiche della memoria e del ricordo).  Queste note  non vogliono assolutamente sovrapporsi alla fruizione dal vivo delle opere stesse e tantomeno “spiegarle”, ma affiancarle per sviluppare un discorso, una narrazione,  che raccordi tra esse le individuali argomentazioni espresse nelle opere visive presentate e ne descriva con semplicità i concetti.  Iniziando il percorso dell’esposizione, la prima connessione  evidente  è tra  l’opera di Marilena Vita, “Ultima cena”, un lavoro fotografico colmo di rimandi malinconici con sfumature tragiche pur nella vivacità dei colori, e l’installazione di Valter Vari, un rigoroso lavoro di composizione con piatti  d’acciaio riempiti di pigmenti colorati che lascia aperte svariate interpretazioni  della stessa con  tonalità tragiche, tanto da essere intitolata: “L’ultima………..”.  Proseguendo, la stessa  sfumatura tragica la si ritrova nelle foto di Pina Inferrera,  caratterizzate da una oscurità emotiva realista che non da adito a fraintendimenti. La caratterizzazione “realista” la incontriamo anche nell’opera “Confessione” di Alessio Paolone, un confessionale con all’interno un volto (una maschera) che nella sua rigidità formale diventa simbolo della raccolta di speranze e inquietudini, quasi una preghiera  per essere ascoltati. Il concetto dell’ascolto rimanda all’installazione in ceramica di Debora Mondovì, intitolata: “Voci silenziose dal sottosuolo”, una sorta di “vasi” cuneiformi  che raccolgono le testimonianze di chi non vuole essere dimenticato.  L’esigenza di narrare, di raccontarsi,  si manifesta nella singolarità del lavoro di Fabio Fontana: “Racconto  di Concettina” e “Racconto di un uomo”, dove la testimonianza, realizzata con la scrittura stessa, forma i volti dei protagonisti con tutte le “tracce” e i “segni” dell’esistenza.  A questa ponderosità esistenziale,  sembra fare da contrappeso la vivace installazione, KalhyBelloxi (lavoro a quattro mani di Claudia Bellocchi e Carlos Mendes de Faisca), dal titolo “Parlami d’amore Mariù”. L’installazione dinamica interagisce con lo spettatore ricorrendo ad elementi visivi e sonori che reinterpretano le emozioni di una sala da ballo in un rifugio antiaereo;  luci ed ombre si alternano cosi come la leggerezza della danza che tende a librarsi oltre il buio dell’angoscia. Questo acceso cromatismo rimanda per affinità alla mia installazione “Pensierino della sera: quando tornerò a giocare in giardino?”, che vuole esprime la perdita dell’ innocenza di un bambino schiacciato dall’insensatezza della guerra e dalla follia degli uomini. Proseguendo la linea che privilegia la vivacità del colore si giunge all’opera di Ester Hueting  che con “La città e il suo doppio: genesi di un ricordo” tratteggia con rapide pennellate e sgocciolature la nascita di una memoria con tutte le implicazioni simboliche legate al concetto di città come “contenitore”   della comunità.
Il  concetto di comunità  richiama l’installazione di Giorgio Fiume:  “Una sola moltitudine” , opera del 1997 qui riproposta e rielaborata su plastica trasparente, che con il suo grafismo essenziale su plastica delinea un insieme di figure meta-umane, espressione animica di ricordi/anime/corpi che aleggiano nell’inquieta memoria delle gallerie. Continuando ancora sul tema della pluralità e della comunità, spicca,  nella sua essenza compositiva,  “ Senza Passi” di Venera Finocchiaro , un racconto in garza e gesso di un cammino involontariamente penitente, fatto di passi senza orme di esperienze ignorate nel tempo.  L’inevitabilità della Storia che condiziona ognuno di noi,  rimanda all’installazione di Isabella Nurigiani “Rapsodie mnemoniche”, dove i  frammenti  documentari (foto di avvenimenti storici ) sono letteralmente  “ingabbiati” quasi a sottolineare , a costringere l’individuo a non disperdere  e a ritrovare il senso del vivere nel rammentare.
L’uso delle foto ritorna  nell’installazione “Residui di memorie” di  Antonella Aversa che già nel titolo sottolinea l’idea del residuo di esistenze spezzate, travolte, dagli eventi di cui sono rimasti solo  frammenti, esemplificati dagli abiti pietrificati in un passato che non riesce a elaborare una nuova realtà. L’utilizzo di abiti rimanda immediatamente all’installazione di Pasquale Pazzaglia, “Anime”, che con un’illuminazione particolare alleggerisce  il ricordo nella sua essenzialità vaporosa, eterea.
La  trasfigurazione dell’esperienza del ricordo trova una corrispondenza nell’installazione  “Tracce di luci” di Marina Buening  che con uno stile minimal e l’uso di un dispositivo interattivo,   realizza un’opera di luce  quasi  stellare, come traccia del vissuto e presenza indelebile trasformata in  energia luminosa.
Il tema della luce ritorna nell’opera  “Luce 2014” di Catia Briganti, un’installazione di opere precedenti, unificate in un ritmo anche questo di purificazione e smaterializzazione dell’esperienza, nei giochi di luce derivati dall’uso  dei vari materiali . L’esigenza di purificazione, di andare oltre la contingenza, la ritroviamo nell’installazione di Virginia Monteverde che con il titolo “Catarsi” denuncia l’esigenza di elaborare la sofferenza, reinterpretando la Pietà di Michelangelo, nel suo stile “liquido”, quale simbolo culturale della comunità, di apertura all’altro.
Conclude in modo inequivocabile il discorso Luisa Mazza che con le sue semisfere di varie dimensioni e il suo stile minimale simboleggia un’umanità avviata verso un orizzonte di speranza : “Verso la vita”. Tirando i fili di questi appunti, emergono due linee d’azione che con varie sfumature hanno “rivisitato” e interpretato,   con la propria sensibilità e tecnica, la traccia tematica del “sogno e l’incubo” .
In sintesi, in questi appunti si evidenziano, nella traccia tematica, due linee d’azione che tra “il sogno e l’incubo” hanno rivisitato, interpretato e teatralizzato in qualche modo il luogo, recuperando esperienze storico-umane ormai disperse nell’oblio, perché se è vero che dal passato possiamo trarre indicazioni per il futuro, altrettanto è solo nella visione dell’opera nel presente che la forza del simbolo custodito nell’immagine dispiega tutto il suo potenziale immaginativo, ecco quindi il significante del titolo: Immaginazioni dal sottosuolo.
E’ in questa occasione, attraverso la comunicazione visiva nella concretezza dei materiali eterogenei della ricerca artistica, nel confronto e la coralità delle esperienze intellettuali e sociali degli Artisti e delle loro opere, che l’Arte Contemporanea ritrova la sua vocazione d’impegno civile verso la comunità: ridare voce alle persone che hanno subito sofferenze e ingiustizie, sensibillizzare per non dimenticare affinchè la malvagità dell’uomo scompaia dal nostro orizzonte di vita.

comments

East end: l’anima trendy di Londa

Un viaggio alla scoperta delle ultime tendenze della capitale britannica
GLORIA AURA BORTOLINI - Londra, da sempre città di nuove tendenze, fa scuola nella moda, nella musica, nell’arte.
Il cuore pulsante della creatività si concentra nella zona est, in particolare nel famoso quartiere di Hackney. Un’area che negli ultimi anni è cambiata radicalmente: da quartiere industriale si è trasformato in uno dei più vivaci e trendy della capitale britannica.
Multietnico, ricco di contrasti, in bilico tra lusso e degrado, antico e moderno, tradizione e avanguardia. I magazzini abbandonati sono stati riconvertiti in loft e gallerie d’arte che convivono con edifici popolari e bazar etnici.  E’ stata proprio l’arte di strada a dare inizio a questa rivoluzione che ha trasformato le strade di Shoreditch. Le vie Red Church e Vyner street sono note per le numerose gallerie d’arte che ospitano artisti emergenti. Ogni primo giovedi del mese, le mostre sono gratuite e aperte fino a tarda sera. E’ un appuntamento immancabile per gli appassionati alla ricerca di nuovi talenti e look eccentrici.
Nell’East End si possono ammirare i graffiti degli artisti di strada più famosi al mondo,tra cui Ben Eine e Banksy. Per i più curiosi, esistono anche dei tour guidati.
Passeggiare per le strade dell’East End è fonte d’ispirazione per nuove idee: vi si trovano abiti stravaganti, eventi insoliti e locali “pop up”, che esistono soltanto per una sera…. Nell’arco di una giornata, un panificio può diventare un ristorante di tendenza e una fioreria la sede di una festa top secret. C’è un’atmosfera giovane e creativa con una frizzante vita notturna che attira l’attenzione dei turisti più curiosi.
Nel weekend i musicisti animano i mercatini del quartiere come Columbia Road, una via pittoresca che ogni domenica si colora di piante e fiori e Broadway Market, vetrina di sapori e culture da ogni dove, dalla gastronomia africana a quella asiatica e europea.
Mentre Brick Lane, luogo di perdizione per gli amanti del vintage, è un’occasione unica per conoscere stilisti emergenti e fare shopping a budget ridotto, soprattutto la domenica quando apre il suo famoso mercato.
A pochi passi da lì, si trova un’altra delle vere gemme di Hackney: una fattoria/agriturismo creata da una famiglia italiana per offrire un’esperienza rurale nel cuore della citta'.
Londra è la città più verde d’Europa, con oltre 100 giardini e 8 parchi. Quando il tempo lo permette, le persone si recano al parco per rilassarsi, fare sport o un barbecue in compagnia degli amici. D’estate sono affollati come le nostre spiagge italiane.
Altro esempio di riqualificazione urbana, il canale di Regent: un tempo ghetto pericoloso e inaccessibile, tristemente noto per Jack Lo Squartatore, oggi è meta di richiamo per chi cerca un’oasi di tranquillità lontano dal caos metropolitano. Lungo le sue sponde sono attraccate numerose houseboats, le case dei londinesi “alternativi” ma anche ristoranti e negozi galleggianti di ogni genere, in pieno spirito londinese.
Il modo migliore per spostarsi in quest’area è con la bicicletta. Anche un turista può noleggiare,al costo di poche sterline, una bicicletta in una delle tante postazioni sparse per la città.
In continua evoluzione, l’est di Londra non finirà mai di stupire con le sue novità.
------------
Il più recente reportage di Gloria Aura Bortolini su Rai 3: 
http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-02a21db0-d21b-4b70-afe9-e90a2849157d.html

comments

Un'eccellenza italiana nel mondo in gemellaggio con la Royal Philharmonic Orchestra: "Musica e neuroscienze"

Il progetto scientifico Musica e Neuroscienze sale sul podio di una fra le più prestigiose orchestre britanniche: la Royal Philharmonic Orchestra che vanta come Patron il Duca di York. Una tradizione artistica d’eccellenza che dà un contributo essenziale alla Scienza attraverso una serie di concerti diretti dal M° Alessandro Fabrizi.

comments

Leggi tutto...

Stefano Pelaggi parla dell'Italcable creata con i soldi degli emigrati italiani in Argentina

Sample image Il Vicedirettore de L'ITALIANO, Stefano Pelaggi è stato chiamato come relatore al Convegno "L'Italia e Romania prima della Prima Guerra Mondiale" all'Istituto di Studi Italo-Romeno a seguito del suo articolo sul giornale "Gli emigrati italiani in Argentina hanno regalato all'Italia la compagnia telefonica, l'Italia se la sta svendendo". Nell'articolo Pelaggi raccontava come furono gli emigrati italiani in Argentina sentivano l'esigenza di avere collegamenti veloci ed affidabili tra la madre Patria e l'America del Sud sull'onda del disappunto provocato dal notevole ritardo con il quale laggiù si era appresa la fine della Prima Guerra Mondiale con la vittoria italiana sugli austriaci, notizia che oltretutto non era giunta direttamente dall'Italia ma da un collegamento via Londra. Quindi ffurono loro a finanziare il progetto di Giovanni Carosio (anch'egli italo-argentino) che portò alla realizzazione dell'Italcable, dalla quale derivò in seguito Telecom Italia.
Il Convegno si svolge a Roma presso l'Accademia di Romania il 13 Novembre dalle 15:30 alle 19 in collaborazione fra Università romene e Sapienza Università.

Sample image

comments