Sab11252017

Last updateMar, 14 Nov 2017 3am

Morte dell'italiano: Ceronetti accusa MIUR e media

Guido Ceronetti è stato intervistato in merito satyagraha di Giorgio Pagano per salvaguardare l'italiano dall'assassinio perpetrato dal MIUR e, sul divieto di insegnare e studiare in italiano al Politecnico di Milano, il Maestro risponde "Che è una pura e semplice infamia, un’offesa alla nazione italiana - se esiste ancora - un’offesa alla cultura italiana, uno schiaffo, una vergogna, non si può pensare che il peggio."
Mentre sul perché molti giornalisti sui media difendono la scelta la scelta linguicida e anticostituzionale così si esprime:
"Perché siamo destinati al disfacimento nazionale, ci siamo in pieno e allora non c’è coscienza, non c’è più nulla, non smuovi le coscienze su un problema così grave, ho tentato anch’io, né servono digiuni.
Il sindaco di Firenze, appena, appena diventato Presidente del Consiglio, anzi prima ancora, quando oramai era in ascesa, il sindaco di Firenze che, per quel che ne sappiamo ha dato anche i natali a qualcuno che ha operato bene per la lingua italiana, in ogni caso in modo alquanto creativo, immediatamente annunciando un piano per il lavoro, l’ha chiamato Jobs Act. Capisce a che punto siamo!
Non stupisce quindi che il policlinico, il Politecnico di Milano, commetta di queste infamie. Posso dire da perfetto impotente che è un’infamia, ecco questo sfogo c’è lasciato, ma che qualcuno raccolga, raccolga il grido disperato della lingua italiana, così sfregiata dagli stessi italofoni, eh, beh!
Poi, per quanto riguarda l’enorme quantità di stranieri che parlano appena, appena, l’italiano basico, non c’è nessuno che legga libri italiani e neanche i giornali italiani, quindi non migliorano, non progrediscono.
In Francia almeno gli stranieri diventano francofoni, ma la Francia francesizza, l’Italia no.
Allora che fare: per quanto mi riguarda gridare nel deserto. Lo faccio per mestiere da molti anni. Finché mi resta un po’ di voce, e me ne resta poca, lo farò ancora. Tutto lì."

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La mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” dedicata alla distruzione del sito archeologico romano in Siria ad opera dell’IS

Le immagini della furia iconoclasta perpetrata a Palmira hanno scosso l’opinione pubblica occidentale, l’atroce fine di Khaled al-Asaad, il direttore generale delle antichità di Palmira, barbaramente decapitato il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di lasciare la città e collaborare con i terroristi, ha commosso il mondo intero.

STEFANO PELAGGI - “Volti di Palmira ad Aquileia”, la mostra che si è aperta il 2 luglio 2017 al Museo Nazionale Archeologico di Aquileia in provincia di Udine, è la prima dedicata in Europa alla città di Palmira dopo le distruzioni recentemente perpetrate. Un’altra tappa, dal fortissimo valore simbolico, di quel percorso dell’“Archeologia ferita”, che la Fondazione Aquileia ha intrapreso nel 2015 con la mostra dei tesori del Bardo di Tunisi” per dare conto di quanto accade ormai da anni nei Paesi teatro di distruzioni e violenze operate dal terrorismo fondamentalista, mostrando al pubblico opere provenienti da quei siti.

L’esposizione, a cura di Marta Novello e Cristiano Tiussi - realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia e il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia grazie ai prestiti concessi dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai Musei Vaticani, dai Musei Capitolini, dal Museo delle Civiltà-Collezioni di Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, dal Museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco”, dal Civico Museo Archeologico di Milano e da una collezione privata – raccoglie sedici pezzi originari di Palmira  – alcuni dei quali riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali– e otto da Aquileia che vogliono dimostrare, pur nella distanza geografica e stilistico-formale, il medesimo sostrato culturale e formule iconografiche affini delle due città. La mostra ha ricevuto il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e del Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale ed è realizzata anche grazie al sostegno di Gruppo Danieli, Friulana Gas, Cassa Rurale Fvg, e Confindustria Udine.

“Sia Palmira che Aquileia – rammentano Antonio Zanardi Landi e Cristiano Tiussi, Presidente e Direttore della Fondazione Aquileia – erano luoghi di tolleranza e fruttuosa convivenza tra culture e religioni diverse, oltre a esser testimoni che diciotto secoli fa il Mediterraneo costituiva un’unità integrata non solo dal punto di vista dei commerci, ma anche di quello della circolazione delle idee e dei canoni artistici e narrativi.” Una comunanza che si riverbera anche con Venezia, come sottolinea Debora Serracchiani, Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, che nella prefazione al catalogo della mostra scrive: "Palmira sviluppò l’arte del commercio, vendendo ai romani quei beni di lusso che comprava dai persiani e che provenivano dalle lontane India e Arabia. Incenso, mirra, pepe, avorio, perle e stoffe che venivano scambiati per grano, vino, olio e garum. Gli scambi con il mondo diedero un carattere particolarissimo, aperto e cosmopolita a quest’oasi aramaica, proprio come secoli dopo plasmarono il carattere di Venezia”.

Palmira era città carovaniera dai contorni mistici, definita nel corso delle varie epoche “città delle palme”, “sposa del deserto”, “Venezia delle sabbie”, la cui posizione, a confine tra Oriente e Occidente, ne ha segnato il destino. Già Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia aveva evidenziato questa peculiarità: «Palmira è una nobile città per il sito in cui si trova, per le ricchezze del suolo, per la piacevolezza delle sue acque. Da ogni lato distese di sabbia circondano i suoi campi, ed ella è come isolata dal mondo per opera della natura. Godendo di una sorte privilegiata tra i due maggiori imperi, quello dei Romani e quello dei Parti, ella viene sollecitata dall'uno e dall'altro, quando si scatenano le discordie...».
Una posizione questa che l’accomuna ad Aquileia. E il fine della mostra è anche far emergere, come spiegano la Direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia Marta Novello e il Direttore del Polo Museale del Friuli Venezia Giulia Luca Caburlotto, “quell’unità culturale che attraverso la contaminazione di modelli eterogenei, nelle pur diverse espressioni formali, costituì la peculiarità del mondo romano.” Anche Aquileia era città di commerci e di confine, porta verso Oriente dell’Impero Romano, e anche “Porta da Oriente”, visto che proprio via Aquileia raggiunsero Roma contaminazioni orientali che ebbero influssi profondi sull’Impero Romano in termini di idee, canoni artistici e sensibilità. Se il grande, e temuto, vicino di Palmira era la Persia, il grande vicino di Aquileia erano i popoli barbarici. A conferma di relazioni frequenti e molto vitali, nell’antica Roma fioriva una solida comunità palmirena, come dimostrano il bassorilievo con iscrizione in palmireno prestato per l’occasione dai Musei Capitolini.

Volti di Palmira ad Aquileia sarà accompagnata dalla mostra fotografica Sguardi su Palmira – fotografie di Elio Ciol eseguite il 29 marzo 1996”, che si terrà nei nuovi spazi della Domus e Palazzo episcopale in piazza Capitolo e sarà costituita da venti preziosi scatti inediti del Maestro prima delle recenti distruzioni. Sarà inoltre esposta in piazza Capitolo la scultura “Le memorie di Zenobia” dell’artista contemporaneo siriano Elias Naman, generosamente prestata dal Gruppo Danieli: essa vuole ricordarci con il suo sguardo la drammaticità del momento presente.

Durante l’Aquileia Film Festival il 26 luglio verrà proiettato il cortometraggio “Quel giorno a Palmira” di Alberto Castellani, con l’intervista a Khaled al-Asaad, e nel corso dell’estate la prima italiana del film “Destruction of Memory”, di Tim Slade.

Un percorso, quello costruito attorno alla mostra, per rammentare ciò che scrive nella sua premessa al catalogo della mostra (in italiano e inglese, Gangemi editore) l’archeologo Daniele Morandi Bonacossi: “Mai nella storia dell’uomo, neppure nei momenti più bui dei conflitti mondiali del secolo scorso, il patrimonio culturale dell’umanità aveva subito devastazioni così sistematiche e intenzionali come oggi in Siria e Iraq. Dopo oltre sei anni di guerra civile siriana (…) una parte significativa dello straordinario patrimonio culturale di questi paesi si trova ancora sotto il controllo di forze islamiste, che perseguono la deliberata distruzione dei monumenti e siti archeologici come strumento politico e di lotta per il potere”. Distruzioni che, come rileva il Presidente della Fondazione Aquileia, Zanardi Landi, “hanno sottratto una parte rilevante del patrimonio artistico dell’Umanità e non solo colpiscono l’identità culturale, religiosa, ideale e artistica di siriani, iracheni, egiziani, tunisini, ma anche la nostra, costituendo un danno gravissimo e irreparabile al nostro essere italiani ed europei”.

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Noi, l’Italia che ci piace... Intervista a Jean Marc Tosello, direttore de l’Ecole d’art contemporaine di Lussemburgo

CALOGERO NICOSIA* - Per dar il via alla nostra nuova iniziativa’’ Noi l’Italia che ci piace’’ non potevamo iniziare meglio che nel raccontare, seppur in breve, la storia appassionante di Jean Marc Tosello, fondatore e direttore dell’ Ecole d’art contemporeaine di Lussemburgo, la sola, ci tengo a sottolinearlo, ad essere stata riconosciuta dalle autorità lussemburghesi, a prova del professionalismo e della qualità del suo insegnamento. Jean Marc Tosello non approda a Lussemburgo direttamente dall’Italia, padre di origine veneta e madre biellese, egli cresce in Francia, si avvicina agli studi di ingegneria e decide poi si consacrarsi all’arte pura,  frequenta l’Art Deco di Metz e nel 1993 fonda a Lussemburgo la sua scuola d’arte.  
Come italiano residente in Francia, passato poi a Lussemburgo, il nostro Jean Marc Tosello si sente ‘’ doppiamente immigrato’’. Una prima caratteristica che subito cattura la mia attenzione risiede nel fatto che Jean Marc Tosello è un vero ‘’cittadino’’ nel senzo Greco del termine, un uomo cioè che s’impegna per la sua comunità. Milita in politica sin da giovane, sarà assistente parlamentare e allo stesso tempo rimane sempre in prima linea per portare il suo aiuto alle persone meno fortunate e nel modo migliore che conosce: attraverso l’arte. Sarà infatti attivo in alcune attività ricreative nei penitenziari francesi, dove insegnerà arti plastiche ai detenuti. Ancora oggi Jean Marc Tosello usa i locali della sua scuola per dare spazio avarie associazioni culturali,sempre con lo scopo di promuovere il dialogo e la cultura.
Mi ha molto colpito il fatto che il nostro intervistato intende l’arte come ‘’trasformazione’’ intesa anche come trasformazione sociale e di come sia stato capace di realizzare tale idea nella sua stessa vita e nella sua stessa condizione di immigrato. Jean Marc ci spiega che anche se la società del paese di accoglienza cerca di farti vivere la condizione di immigrato ‘’come un handicap’’ in realtà tale condizione è un plus value, una ricchezza in più! Peché essere immigrato, continua il nostro connazionale, ‘’ ti impone una cultura dello sforzo e ti obbliga di credere in te stesso’’
Guardandomi intorno, circondato da decine di tele composte dai suoi entusiasti allievi, chiedo se c’è una qualità ‘’italiana’’ che lo abbia aiutato nel suo cammino artistico, anche se Jean Marc si definisce ‘’figlio del vento’’  , il nostro artista ‘’nomade-italiano’’ non ci pensa su due volte a rispondere ‘’la sensibilità e la cultura del bello’’. Ecco le due componenti ( italianissime) che lo hanno aiutato nella sua vita di artista.
Dopo un ora di intervista, lascio con grande riluttanza la scuola laboratorio di Jean Marc, con riluttanza perché sarei rimasto ben volentieri a parlare ancora per ore con il nostro connazionale:    Un uomo semplice e discreto, pieno di vissuto e in cui ogni immigrato può ritrovare gli aspetti della sua propria vita e della sua propria immigrazione: Fatta di duro lavoro e sacrifici, sforzo di integrazione ed anche di  tanto coraggio e ideali. Permettetemi di dire, infine , che il nostro Jean Marc Tosello ha saputo imporsi una rivincita tutta all’italiana, ‘’ a colpi d’Arte’’
*Coordinatore Nazionale MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero) in Lussemburgo

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Fate il nostro gioco. tra politica e gioco d'azzardo il divertimento soccombe

GEROLAMO DE PALMA* - Il mondo delle scommesse ha sempre audaci simpatizzatanti da cui attingere per  proseguire sulla strada dell'azzardo oltre i propri limiti.
Anche all'interno del Governo e dei precedenti Governi abbiamo esempi di candidati eletti all'unico scopo di liberalizzare il vizio che  con il  gioco, sinonimo di divertimento, ha poco da spartire.
Sono ormai diversi anni che il progetto Boomerang, realizzato attraverso la stretta collaborazione con esperti del settore, associazioni di giocatori impoveriti e medici specializzati nelle malattie  proprie del vizio incontrollato, è pronto per poter essere discusso, ma come accennato in precedenza, tanti sono gli oppositori in poltrona che nella trasparenza dei regolamenti, delle vincite reali e del rispetto dell'individuo a rischio, non vedono motivo di fattibilità.
L'istituto ISIS di Lugano ha monitorato a lungo  questo argomento e con assoluta onestà  ne denuncia l'odierna inefficenza, se è al divertimento e alla protezione della sicurezza pubblica a cui si vuol fare riferimento.
In molti casinò le mance vengono utilizzate per tuttaltri motivi da quelli a cui erano state destinate, infatti nei casinò svizzeri e non solo,  il 50% viene trattenuto dalla casa ed in altri addirittura l'80%, cosa non accettabile ne tanto meno leale nei confronti dei croupier che sotto stress  per molte ore al giorno dedicano al giocatore attenzione e riguardo e che quindi da loro vengono personalmente ringraziati con la mancia.
Nell'interesse della collettività bisogna adoperarsi per modificare le regole del gioco e per poter offrire ai giocatori, alle loro famiglie quella protezione che altrimenti, oggi, non è assolutamente esaustiva delle conseguenze, sempre più spesso devastanti e controproducenti anche per lo Stato stesso che tra malati di gioco, persone disperate e famiglie distrutte compila le sue statistiche della sofferenza di anno in anno in modo sempre più incalzante, parliamo di 800.000 italiani nel vortice della dipendenza.
Aprire nuovi casinò sarà possibile solo se andremo a modificare le regole in modo tale da orientare il gioco d'azzardo sempre più verso il divertimento e sempre meno verso il vizio compulsivo.
*Collaboratore ISIS, capo progetto Boomerang

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Mostra nei Rifugi di Via Roma a Colleferro

Pensierino della sera: quando tornerò a giocare in giardino?Le luci e le ombre del ricordo. L’immaginazione sotterranea dell’arte contemporanea
Giancarlo Cecchetti - Da una porticina anonima, grigiastra, si scendono le scale e una nuova dimensione ti avvolge in un turbinio di emozioni: inizi a respirare la Storia, o  meglio, le storie delle persone che hanno vissuto  l’esperienza traumatica dei Rifugi di Via Roma a Colleferro. I dati raccolti, le informazioni, sono schegge di pensieri che si concretizzano in sensazioni vivide, in immagini potenti con tutte le sfumature e le tonalità della concretezza della vita. Di conseguenza, la prima riflessione è segnata dall’empatia,  la commozione, per la sofferenza della popolazione costretta dagli avvenimenti bellici della II Seconda Guerra Mondiale a trovare riparo in questi cunicoli.
Scavati negli anni ’20 del secolo scorso,  ne ricavarono la pozzolana usata per l’edificazione dei quartieri per gli operai e per gli impiegati della fabbrica B.P.D.; tornarono utili come ricovero durante gli allarmi aerei. All’inizio l’uso fu sporadico e limitato fino al cessato pericolo, ma nel ‘44, con l’avanzata delle forze alleate e la conseguente intensificazione dello scontro bellico, divenne  una scelta obbligata per i cittadini trasferirsi nei rifugi fino alla liberazione del ’45.
Nell’arco dei dodici mesi i rifugi si trasformarono in una vera città sotterranea (si stima che vi trovarono alloggio circa 1.500 persone) con tanto di anagrafe, cappella religiosa , sala da ballo, infermeria e sala parto, osteria e un mercatino. Quell’esperienza, dai seguiti umani peculiari,  in qualche modo andava rivisitata e riportata, non solo metaforicamente, di nuovo alla luce.
Sono partito da queste premesse per tracciare un tema che valorizzasse la memoria di quel luogo, proponendo all’Amministrazione  del Comune di Colleferro una mostra d’Arte Contemporanea con il proposito di non disperdere il valore e il significato di quella vicenda.
Un compito arduo, ma allo stesso tempo appassionante, perché l’interrogativo era: come può  l’Arte Contemporanea con tutte le sue tecniche, teorie, sperimentazioni  trovare la giusta modalità  per lo scopo?  Alla fine la soluzione è stata  delineare un tema che fosse   segnato proprio dall’empatia, ossia identificarsi con i protagonisti e indagare  i risvolti del ricordo,  preferendo un taglio esistenzialista, riflessivo, sul vissuto individuale, come enunciato dal sottotitolo della mostra: “Le luci e le ombre della memoria”.
Il successivo passaggio è stato selezionare e invitare gli artisti a misurarsi con il significato profondo di cui il luogo è portatore e a dare il proprio contributo al progetto. Sorprendente  è stata la risposta entusiasta dei colleghi interpellati, dando forza e sostegno alla riuscita dell’operazione, proponendo  opere che, nella loro singolarità stilistica, offrono una panoramica intrigante del tema.  Nella maggioranza dei casi sono state pensate e realizzate per il luogo stesso (nel gergo  critico-artistico site specific), in altri casi riadattamenti di opere precedenti (e ciò palesa l’interesse dell’arte per le tematiche della memoria e del ricordo).  Queste note  non vogliono assolutamente sovrapporsi alla fruizione dal vivo delle opere stesse e tantomeno “spiegarle”, ma affiancarle per sviluppare un discorso, una narrazione,  che raccordi tra esse le individuali argomentazioni espresse nelle opere visive presentate e ne descriva con semplicità i concetti.  Iniziando il percorso dell’esposizione, la prima connessione  evidente  è tra  l’opera di Marilena Vita, “Ultima cena”, un lavoro fotografico colmo di rimandi malinconici con sfumature tragiche pur nella vivacità dei colori, e l’installazione di Valter Vari, un rigoroso lavoro di composizione con piatti  d’acciaio riempiti di pigmenti colorati che lascia aperte svariate interpretazioni  della stessa con  tonalità tragiche, tanto da essere intitolata: “L’ultima………..”.  Proseguendo, la stessa  sfumatura tragica la si ritrova nelle foto di Pina Inferrera,  caratterizzate da una oscurità emotiva realista che non da adito a fraintendimenti. La caratterizzazione “realista” la incontriamo anche nell’opera “Confessione” di Alessio Paolone, un confessionale con all’interno un volto (una maschera) che nella sua rigidità formale diventa simbolo della raccolta di speranze e inquietudini, quasi una preghiera  per essere ascoltati. Il concetto dell’ascolto rimanda all’installazione in ceramica di Debora Mondovì, intitolata: “Voci silenziose dal sottosuolo”, una sorta di “vasi” cuneiformi  che raccolgono le testimonianze di chi non vuole essere dimenticato.  L’esigenza di narrare, di raccontarsi,  si manifesta nella singolarità del lavoro di Fabio Fontana: “Racconto  di Concettina” e “Racconto di un uomo”, dove la testimonianza, realizzata con la scrittura stessa, forma i volti dei protagonisti con tutte le “tracce” e i “segni” dell’esistenza.  A questa ponderosità esistenziale,  sembra fare da contrappeso la vivace installazione, KalhyBelloxi (lavoro a quattro mani di Claudia Bellocchi e Carlos Mendes de Faisca), dal titolo “Parlami d’amore Mariù”. L’installazione dinamica interagisce con lo spettatore ricorrendo ad elementi visivi e sonori che reinterpretano le emozioni di una sala da ballo in un rifugio antiaereo;  luci ed ombre si alternano cosi come la leggerezza della danza che tende a librarsi oltre il buio dell’angoscia. Questo acceso cromatismo rimanda per affinità alla mia installazione “Pensierino della sera: quando tornerò a giocare in giardino?”, che vuole esprime la perdita dell’ innocenza di un bambino schiacciato dall’insensatezza della guerra e dalla follia degli uomini. Proseguendo la linea che privilegia la vivacità del colore si giunge all’opera di Ester Hueting  che con “La città e il suo doppio: genesi di un ricordo” tratteggia con rapide pennellate e sgocciolature la nascita di una memoria con tutte le implicazioni simboliche legate al concetto di città come “contenitore”   della comunità.
Il  concetto di comunità  richiama l’installazione di Giorgio Fiume:  “Una sola moltitudine” , opera del 1997 qui riproposta e rielaborata su plastica trasparente, che con il suo grafismo essenziale su plastica delinea un insieme di figure meta-umane, espressione animica di ricordi/anime/corpi che aleggiano nell’inquieta memoria delle gallerie. Continuando ancora sul tema della pluralità e della comunità, spicca,  nella sua essenza compositiva,  “ Senza Passi” di Venera Finocchiaro , un racconto in garza e gesso di un cammino involontariamente penitente, fatto di passi senza orme di esperienze ignorate nel tempo.  L’inevitabilità della Storia che condiziona ognuno di noi,  rimanda all’installazione di Isabella Nurigiani “Rapsodie mnemoniche”, dove i  frammenti  documentari (foto di avvenimenti storici ) sono letteralmente  “ingabbiati” quasi a sottolineare , a costringere l’individuo a non disperdere  e a ritrovare il senso del vivere nel rammentare.
L’uso delle foto ritorna  nell’installazione “Residui di memorie” di  Antonella Aversa che già nel titolo sottolinea l’idea del residuo di esistenze spezzate, travolte, dagli eventi di cui sono rimasti solo  frammenti, esemplificati dagli abiti pietrificati in un passato che non riesce a elaborare una nuova realtà. L’utilizzo di abiti rimanda immediatamente all’installazione di Pasquale Pazzaglia, “Anime”, che con un’illuminazione particolare alleggerisce  il ricordo nella sua essenzialità vaporosa, eterea.
La  trasfigurazione dell’esperienza del ricordo trova una corrispondenza nell’installazione  “Tracce di luci” di Marina Buening  che con uno stile minimal e l’uso di un dispositivo interattivo,   realizza un’opera di luce  quasi  stellare, come traccia del vissuto e presenza indelebile trasformata in  energia luminosa.
Il tema della luce ritorna nell’opera  “Luce 2014” di Catia Briganti, un’installazione di opere precedenti, unificate in un ritmo anche questo di purificazione e smaterializzazione dell’esperienza, nei giochi di luce derivati dall’uso  dei vari materiali . L’esigenza di purificazione, di andare oltre la contingenza, la ritroviamo nell’installazione di Virginia Monteverde che con il titolo “Catarsi” denuncia l’esigenza di elaborare la sofferenza, reinterpretando la Pietà di Michelangelo, nel suo stile “liquido”, quale simbolo culturale della comunità, di apertura all’altro.
Conclude in modo inequivocabile il discorso Luisa Mazza che con le sue semisfere di varie dimensioni e il suo stile minimale simboleggia un’umanità avviata verso un orizzonte di speranza : “Verso la vita”. Tirando i fili di questi appunti, emergono due linee d’azione che con varie sfumature hanno “rivisitato” e interpretato,   con la propria sensibilità e tecnica, la traccia tematica del “sogno e l’incubo” .
In sintesi, in questi appunti si evidenziano, nella traccia tematica, due linee d’azione che tra “il sogno e l’incubo” hanno rivisitato, interpretato e teatralizzato in qualche modo il luogo, recuperando esperienze storico-umane ormai disperse nell’oblio, perché se è vero che dal passato possiamo trarre indicazioni per il futuro, altrettanto è solo nella visione dell’opera nel presente che la forza del simbolo custodito nell’immagine dispiega tutto il suo potenziale immaginativo, ecco quindi il significante del titolo: Immaginazioni dal sottosuolo.
E’ in questa occasione, attraverso la comunicazione visiva nella concretezza dei materiali eterogenei della ricerca artistica, nel confronto e la coralità delle esperienze intellettuali e sociali degli Artisti e delle loro opere, che l’Arte Contemporanea ritrova la sua vocazione d’impegno civile verso la comunità: ridare voce alle persone che hanno subito sofferenze e ingiustizie, sensibillizzare per non dimenticare affinchè la malvagità dell’uomo scompaia dal nostro orizzonte di vita.

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