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Last updateGio, 09 Ago 2018 10am

Cinese la madre di Leonardo da Vinci?

Tutto il mondo parla della teoria del nostro Angelo Paratico
STEFANO PELAGGI - Chiamiamo Angelo Paratico, il nostro collaboratore a Hong Kong, dopo aver notato una incredibile attività attorno al suo nome. La tempesta mediatica è scoppiata dopo la pubblicazione di un articolo sul South China Morning Post, il principale quotidiano di Hong Kong in lingua inglese, nel quale Angelo parla di Leonardo Da Vinci.
In linea abbiamo trovato un suo articolo pubblicato sul blog di Dino Messina del Corriere della Sera (LEGGI) nel quale presenta la propria ardita teoria, secondo la quale la madre di Leonardo Da Vinci sarebbe stata una schiava domestica cinese e non una contadinella di Vinci.

Allora, Angelo, che hai combinato questa volta? Anche alla radio italiana hanno parlato del successo che sta avendo la tua originale idea.
Vero, Stefano, una bufera mediatica!

Una cosa buona, vogliamo sperare, non negativa?
Certo, ma un poco prematura, avrei preferito attendere ancora qualche mese. Parliamo di un libro che ho già scritto, in inglese, ma che non è ancora stato pubblicato. Ho solo un accordo verbale con un editore cinese, che lo sta facendo tradurre. Pensa che nella sola Cina e Taiwan, nel solo giorno di mercoledì 3 dicembre, in più di cinque milioni hanno clikkato su vari blog e articoli che riguardano la mia teoria sulla madre di Leonardo e in centosessantamila hanno lasciato dei commenti. Potenza di Leonardo e del nazionalismo cinese!

E com'è iniziata questa valanga?
Da un articolo in inglese sul mio blog (LEGGI) nel quale descrivevo la somiglianza fra un misterioso schizzo di una chiesa – un’opera certa di Leonardo Da Vinci - conservato a Venezia alle Gallerie dell’Accademia e la sua somiglianza con la facciata della Chiesa del Gesù di Roma, la sede dei Gesuiti, disegnata da Giacomo Dalla Porta e costruita trent’anni dopo la morte di Leonardo. Sappiamo che il codice di Bill Gates, acquistato per 31 milioni di dollari nel 1994 dal fondatore di Microsoft, è stato posseduto da un Guglielmo Dalla Porta, un altro architetto imparentato con  l’autore della facciata della Chiesa del Gesù. Dunque lo schizzo del genio fiorentino precedeva di trent’anni lo stile architettonico barocco rappresentato da quella facciata. Quella chiesa è stata poi un esempio per la costruzione di altre chiese gesuitiche in giro per il mondo, inclusa la cattedrale di San Paolo di Macao, progettata dal beato Carlo Spinola s.j. che fu poi martirizzato in Giappone.
Il blog venne notato a Macao e un quotidiano della ex colonia portoghese di Macao, Ponto Final, che mi aveva intervistato. Tale articolo in portoghese venne notato da una giornalista del South China Morning Post, Raquel Carvalho, che mi chiese di incontrarla per preparare un’articolo. Durante il nostro incontro, al circolo dei corrispondenti esteri di Hong Kong, mi chiese perché ero interessato a Leonardo e fu così che le parlai del libro al quale sto lavorando da tre anni, che verste sulle influenze orientali in Leonardo, forse riconducibili a sua madre. La cosa la interessò molto, a tal punto che la chiesa di Macao venne posta in secondo piano.

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Morte dell'italiano: Ceronetti accusa MIUR e media

Guido Ceronetti è stato intervistato in merito satyagraha di Giorgio Pagano per salvaguardare l'italiano dall'assassinio perpetrato dal MIUR e, sul divieto di insegnare e studiare in italiano al Politecnico di Milano, il Maestro risponde "Che è una pura e semplice infamia, un’offesa alla nazione italiana - se esiste ancora - un’offesa alla cultura italiana, uno schiaffo, una vergogna, non si può pensare che il peggio."
Mentre sul perché molti giornalisti sui media difendono la scelta la scelta linguicida e anticostituzionale così si esprime:
"Perché siamo destinati al disfacimento nazionale, ci siamo in pieno e allora non c’è coscienza, non c’è più nulla, non smuovi le coscienze su un problema così grave, ho tentato anch’io, né servono digiuni.
Il sindaco di Firenze, appena, appena diventato Presidente del Consiglio, anzi prima ancora, quando oramai era in ascesa, il sindaco di Firenze che, per quel che ne sappiamo ha dato anche i natali a qualcuno che ha operato bene per la lingua italiana, in ogni caso in modo alquanto creativo, immediatamente annunciando un piano per il lavoro, l’ha chiamato Jobs Act. Capisce a che punto siamo!
Non stupisce quindi che il policlinico, il Politecnico di Milano, commetta di queste infamie. Posso dire da perfetto impotente che è un’infamia, ecco questo sfogo c’è lasciato, ma che qualcuno raccolga, raccolga il grido disperato della lingua italiana, così sfregiata dagli stessi italofoni, eh, beh!
Poi, per quanto riguarda l’enorme quantità di stranieri che parlano appena, appena, l’italiano basico, non c’è nessuno che legga libri italiani e neanche i giornali italiani, quindi non migliorano, non progrediscono.
In Francia almeno gli stranieri diventano francofoni, ma la Francia francesizza, l’Italia no.
Allora che fare: per quanto mi riguarda gridare nel deserto. Lo faccio per mestiere da molti anni. Finché mi resta un po’ di voce, e me ne resta poca, lo farò ancora. Tutto lì."

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Fate il nostro gioco. tra politica e gioco d'azzardo il divertimento soccombe

GEROLAMO DE PALMA* - Il mondo delle scommesse ha sempre audaci simpatizzatanti da cui attingere per  proseguire sulla strada dell'azzardo oltre i propri limiti.
Anche all'interno del Governo e dei precedenti Governi abbiamo esempi di candidati eletti all'unico scopo di liberalizzare il vizio che  con il  gioco, sinonimo di divertimento, ha poco da spartire.
Sono ormai diversi anni che il progetto Boomerang, realizzato attraverso la stretta collaborazione con esperti del settore, associazioni di giocatori impoveriti e medici specializzati nelle malattie  proprie del vizio incontrollato, è pronto per poter essere discusso, ma come accennato in precedenza, tanti sono gli oppositori in poltrona che nella trasparenza dei regolamenti, delle vincite reali e del rispetto dell'individuo a rischio, non vedono motivo di fattibilità.
L'istituto ISIS di Lugano ha monitorato a lungo  questo argomento e con assoluta onestà  ne denuncia l'odierna inefficenza, se è al divertimento e alla protezione della sicurezza pubblica a cui si vuol fare riferimento.
In molti casinò le mance vengono utilizzate per tuttaltri motivi da quelli a cui erano state destinate, infatti nei casinò svizzeri e non solo,  il 50% viene trattenuto dalla casa ed in altri addirittura l'80%, cosa non accettabile ne tanto meno leale nei confronti dei croupier che sotto stress  per molte ore al giorno dedicano al giocatore attenzione e riguardo e che quindi da loro vengono personalmente ringraziati con la mancia.
Nell'interesse della collettività bisogna adoperarsi per modificare le regole del gioco e per poter offrire ai giocatori, alle loro famiglie quella protezione che altrimenti, oggi, non è assolutamente esaustiva delle conseguenze, sempre più spesso devastanti e controproducenti anche per lo Stato stesso che tra malati di gioco, persone disperate e famiglie distrutte compila le sue statistiche della sofferenza di anno in anno in modo sempre più incalzante, parliamo di 800.000 italiani nel vortice della dipendenza.
Aprire nuovi casinò sarà possibile solo se andremo a modificare le regole in modo tale da orientare il gioco d'azzardo sempre più verso il divertimento e sempre meno verso il vizio compulsivo.
*Collaboratore ISIS, capo progetto Boomerang

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La mostra “Volti di Palmira ad Aquileia” dedicata alla distruzione del sito archeologico romano in Siria ad opera dell’IS

Le immagini della furia iconoclasta perpetrata a Palmira hanno scosso l’opinione pubblica occidentale, l’atroce fine di Khaled al-Asaad, il direttore generale delle antichità di Palmira, barbaramente decapitato il 18 agosto 2015 per essersi rifiutato di lasciare la città e collaborare con i terroristi, ha commosso il mondo intero.

STEFANO PELAGGI - “Volti di Palmira ad Aquileia”, la mostra che si è aperta il 2 luglio 2017 al Museo Nazionale Archeologico di Aquileia in provincia di Udine, è la prima dedicata in Europa alla città di Palmira dopo le distruzioni recentemente perpetrate. Un’altra tappa, dal fortissimo valore simbolico, di quel percorso dell’“Archeologia ferita”, che la Fondazione Aquileia ha intrapreso nel 2015 con la mostra dei tesori del Bardo di Tunisi” per dare conto di quanto accade ormai da anni nei Paesi teatro di distruzioni e violenze operate dal terrorismo fondamentalista, mostrando al pubblico opere provenienti da quei siti.

L’esposizione, a cura di Marta Novello e Cristiano Tiussi - realizzata dalla Fondazione Aquileia in collaborazione con il Polo Museale del Friuli Venezia Giulia e il Museo Archeologico Nazionale di Aquileia grazie ai prestiti concessi dal Terra Sancta Museum di Gerusalemme, dai Musei Vaticani, dai Musei Capitolini, dal Museo delle Civiltà-Collezioni di Arte Orientale “Giuseppe Tucci”, dal Museo di Scultura Antica “Giovanni Barracco”, dal Civico Museo Archeologico di Milano e da una collezione privata – raccoglie sedici pezzi originari di Palmira  – alcuni dei quali riuniti per la prima volta dopo la loro dispersione nelle collezioni occidentali– e otto da Aquileia che vogliono dimostrare, pur nella distanza geografica e stilistico-formale, il medesimo sostrato culturale e formule iconografiche affini delle due città. La mostra ha ricevuto il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’UNESCO, del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e del Ministero degli Affari Esteri e Cooperazione Internazionale ed è realizzata anche grazie al sostegno di Gruppo Danieli, Friulana Gas, Cassa Rurale Fvg, e Confindustria Udine.

“Sia Palmira che Aquileia – rammentano Antonio Zanardi Landi e Cristiano Tiussi, Presidente e Direttore della Fondazione Aquileia – erano luoghi di tolleranza e fruttuosa convivenza tra culture e religioni diverse, oltre a esser testimoni che diciotto secoli fa il Mediterraneo costituiva un’unità integrata non solo dal punto di vista dei commerci, ma anche di quello della circolazione delle idee e dei canoni artistici e narrativi.” Una comunanza che si riverbera anche con Venezia, come sottolinea Debora Serracchiani, Presidente della Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia, che nella prefazione al catalogo della mostra scrive: "Palmira sviluppò l’arte del commercio, vendendo ai romani quei beni di lusso che comprava dai persiani e che provenivano dalle lontane India e Arabia. Incenso, mirra, pepe, avorio, perle e stoffe che venivano scambiati per grano, vino, olio e garum. Gli scambi con il mondo diedero un carattere particolarissimo, aperto e cosmopolita a quest’oasi aramaica, proprio come secoli dopo plasmarono il carattere di Venezia”.

Palmira era città carovaniera dai contorni mistici, definita nel corso delle varie epoche “città delle palme”, “sposa del deserto”, “Venezia delle sabbie”, la cui posizione, a confine tra Oriente e Occidente, ne ha segnato il destino. Già Plinio il Vecchio nella Naturalis Historia aveva evidenziato questa peculiarità: «Palmira è una nobile città per il sito in cui si trova, per le ricchezze del suolo, per la piacevolezza delle sue acque. Da ogni lato distese di sabbia circondano i suoi campi, ed ella è come isolata dal mondo per opera della natura. Godendo di una sorte privilegiata tra i due maggiori imperi, quello dei Romani e quello dei Parti, ella viene sollecitata dall'uno e dall'altro, quando si scatenano le discordie...».
Una posizione questa che l’accomuna ad Aquileia. E il fine della mostra è anche far emergere, come spiegano la Direttrice del Museo Archeologico Nazionale di Aquileia Marta Novello e il Direttore del Polo Museale del Friuli Venezia Giulia Luca Caburlotto, “quell’unità culturale che attraverso la contaminazione di modelli eterogenei, nelle pur diverse espressioni formali, costituì la peculiarità del mondo romano.” Anche Aquileia era città di commerci e di confine, porta verso Oriente dell’Impero Romano, e anche “Porta da Oriente”, visto che proprio via Aquileia raggiunsero Roma contaminazioni orientali che ebbero influssi profondi sull’Impero Romano in termini di idee, canoni artistici e sensibilità. Se il grande, e temuto, vicino di Palmira era la Persia, il grande vicino di Aquileia erano i popoli barbarici. A conferma di relazioni frequenti e molto vitali, nell’antica Roma fioriva una solida comunità palmirena, come dimostrano il bassorilievo con iscrizione in palmireno prestato per l’occasione dai Musei Capitolini.

Volti di Palmira ad Aquileia sarà accompagnata dalla mostra fotografica Sguardi su Palmira – fotografie di Elio Ciol eseguite il 29 marzo 1996”, che si terrà nei nuovi spazi della Domus e Palazzo episcopale in piazza Capitolo e sarà costituita da venti preziosi scatti inediti del Maestro prima delle recenti distruzioni. Sarà inoltre esposta in piazza Capitolo la scultura “Le memorie di Zenobia” dell’artista contemporaneo siriano Elias Naman, generosamente prestata dal Gruppo Danieli: essa vuole ricordarci con il suo sguardo la drammaticità del momento presente.

Durante l’Aquileia Film Festival il 26 luglio verrà proiettato il cortometraggio “Quel giorno a Palmira” di Alberto Castellani, con l’intervista a Khaled al-Asaad, e nel corso dell’estate la prima italiana del film “Destruction of Memory”, di Tim Slade.

Un percorso, quello costruito attorno alla mostra, per rammentare ciò che scrive nella sua premessa al catalogo della mostra (in italiano e inglese, Gangemi editore) l’archeologo Daniele Morandi Bonacossi: “Mai nella storia dell’uomo, neppure nei momenti più bui dei conflitti mondiali del secolo scorso, il patrimonio culturale dell’umanità aveva subito devastazioni così sistematiche e intenzionali come oggi in Siria e Iraq. Dopo oltre sei anni di guerra civile siriana (…) una parte significativa dello straordinario patrimonio culturale di questi paesi si trova ancora sotto il controllo di forze islamiste, che perseguono la deliberata distruzione dei monumenti e siti archeologici come strumento politico e di lotta per il potere”. Distruzioni che, come rileva il Presidente della Fondazione Aquileia, Zanardi Landi, “hanno sottratto una parte rilevante del patrimonio artistico dell’Umanità e non solo colpiscono l’identità culturale, religiosa, ideale e artistica di siriani, iracheni, egiziani, tunisini, ma anche la nostra, costituendo un danno gravissimo e irreparabile al nostro essere italiani ed europei”.

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Noi, l’Italia che ci piace... Intervista a Jean Marc Tosello, direttore de l’Ecole d’art contemporaine di Lussemburgo

CALOGERO NICOSIA* - Per dar il via alla nostra nuova iniziativa’’ Noi l’Italia che ci piace’’ non potevamo iniziare meglio che nel raccontare, seppur in breve, la storia appassionante di Jean Marc Tosello, fondatore e direttore dell’ Ecole d’art contemporeaine di Lussemburgo, la sola, ci tengo a sottolinearlo, ad essere stata riconosciuta dalle autorità lussemburghesi, a prova del professionalismo e della qualità del suo insegnamento. Jean Marc Tosello non approda a Lussemburgo direttamente dall’Italia, padre di origine veneta e madre biellese, egli cresce in Francia, si avvicina agli studi di ingegneria e decide poi si consacrarsi all’arte pura,  frequenta l’Art Deco di Metz e nel 1993 fonda a Lussemburgo la sua scuola d’arte.  
Come italiano residente in Francia, passato poi a Lussemburgo, il nostro Jean Marc Tosello si sente ‘’ doppiamente immigrato’’. Una prima caratteristica che subito cattura la mia attenzione risiede nel fatto che Jean Marc Tosello è un vero ‘’cittadino’’ nel senzo Greco del termine, un uomo cioè che s’impegna per la sua comunità. Milita in politica sin da giovane, sarà assistente parlamentare e allo stesso tempo rimane sempre in prima linea per portare il suo aiuto alle persone meno fortunate e nel modo migliore che conosce: attraverso l’arte. Sarà infatti attivo in alcune attività ricreative nei penitenziari francesi, dove insegnerà arti plastiche ai detenuti. Ancora oggi Jean Marc Tosello usa i locali della sua scuola per dare spazio avarie associazioni culturali,sempre con lo scopo di promuovere il dialogo e la cultura.
Mi ha molto colpito il fatto che il nostro intervistato intende l’arte come ‘’trasformazione’’ intesa anche come trasformazione sociale e di come sia stato capace di realizzare tale idea nella sua stessa vita e nella sua stessa condizione di immigrato. Jean Marc ci spiega che anche se la società del paese di accoglienza cerca di farti vivere la condizione di immigrato ‘’come un handicap’’ in realtà tale condizione è un plus value, una ricchezza in più! Peché essere immigrato, continua il nostro connazionale, ‘’ ti impone una cultura dello sforzo e ti obbliga di credere in te stesso’’
Guardandomi intorno, circondato da decine di tele composte dai suoi entusiasti allievi, chiedo se c’è una qualità ‘’italiana’’ che lo abbia aiutato nel suo cammino artistico, anche se Jean Marc si definisce ‘’figlio del vento’’  , il nostro artista ‘’nomade-italiano’’ non ci pensa su due volte a rispondere ‘’la sensibilità e la cultura del bello’’. Ecco le due componenti ( italianissime) che lo hanno aiutato nella sua vita di artista.
Dopo un ora di intervista, lascio con grande riluttanza la scuola laboratorio di Jean Marc, con riluttanza perché sarei rimasto ben volentieri a parlare ancora per ore con il nostro connazionale:    Un uomo semplice e discreto, pieno di vissuto e in cui ogni immigrato può ritrovare gli aspetti della sua propria vita e della sua propria immigrazione: Fatta di duro lavoro e sacrifici, sforzo di integrazione ed anche di  tanto coraggio e ideali. Permettetemi di dire, infine , che il nostro Jean Marc Tosello ha saputo imporsi una rivincita tutta all’italiana, ‘’ a colpi d’Arte’’
*Coordinatore Nazionale MAIE (Movimento Associativo Italiani all’Estero) in Lussemburgo

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