Notizie http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie Tue, 20 Nov 2018 14:05:05 +0100 Joomla! - Open Source Content Management it-it Perché non ti fanno più togliere la batteria dallo smartphone (e molto altro) http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1714-perche-non-ti-fanno-piu-togliere-la-batteria-dallo-smartphone-e-molto-altro http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1714-perche-non-ti-fanno-piu-togliere-la-batteria-dallo-smartphone-e-molto-altro

Intervento di Ugo Mattei, giurista e professore di Diritto Internazionale e Comparato alla California University e docente di Diritto Privato all’Università di Torino. - Costituzione, Comunità e Diritti – Torino, 19 novembre 2017

CLAUDIO MESSORA - Negli ultimi tre o quattro anni sono stati installati, soltanto nella parte occidentale del mondo, quindi nel nord globale, circa un miliardo e quattrocentomila sensori per l’internet delle cose. Gran parte dei quali sono costruiti nei muri delle case, nei nuovi televisori – in tutti gli apparecchi elettronici che comperiamo – e nelle automobili. Parte di questi sensori, che sono invece fissi, sono inseriti negli spazi pubblici e sono quelli con i quali i nostri meccanismi elettronici si collegano senza che noi lo sappiamo.

Queste cose vengono chiamate “Smart“, nel senso che noi sentiamo parlare costantemente di “Smart City“, “Smart Card” eccetera. Tutte le volte in cui si sente la parola “Smart” io penso sempre che gli “Smart” siano loro e i cretini siamo noi. Qui la situazione sta diventando davvero molto preoccupante, soprattutto alla luce di quello che è stato detto adesso. C’è in costruzione un gigantesco dispositivo (e qui proprio la parola “Dispositivo” studiata da Foucault è direttamente utilizzabile per parlare dei dispositivi elettronici che noi compriamo). Un gigantesco dispositivo di controllo sociale di tutti quanti, che viene ovviamente sperimentato per fare un passo in avanti in modo da rendere in qualche modo l’umanità coerente con la nuova frontiera.
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Parliamo della frontiera di tanto tempo fa, del saccheggio coloniale e così via. Quella era la frontiera della modernità. Con la modernità si scoprono le Americhe, nelle Americhe si sperimenta tutto ciò che non si poteva fare all’interno del nostro continente europeo. Perché non si poteva fare? Perché la tradizione lo impediva. La tradizione giuridica impediva la sperimentazione di ideologie proprietarie come quelle di Locke, che presupponevano la tabula rasa, un’idea di un vuoto che viene colmato attraverso delle istituzioni giuridiche fortemente semplificate. Fra le quali due capisaldi della modernità che sono la proprietà privata assoluta, il dominio dispotico di cui hanno parlato i giuristi da un lato e la sovranità dello Stato. Che sono i due poli organizzativi intorno ai quali noi abbiamo costruito le categorie giuridiche e politiche della modernità: il pubblico e il privato.

Oggi la frontiera non è più una frontiera fisica, non abbiamo più le scoperte di Magellano, di Amerigo Vespucci o di Cristoforo Colombo, ma chiaramente la frontiera è una frontiera di tipo informatico. Quella che Floridi aveva chiamato qualche anno fa l'”Infosfera“. Questa frontiera di tipo informatico condivide con la frontiera fisica, la frontiera dell’inizio della modernità, una caratteristica fondamentale, che ha reso il capitalismo da essa completamente dipendente. Oggi è impensabile immaginare il capitalismo nella forma attuale – quindi dei rapporti di produzione capitalistici globali – senza la mediazione della rete di internet. Se voi pensate alla vostra vita quotidiana, vi rendete conto perfettamente che nulla oggi può funzionare se non mediato dalla rete. Quando andavo a comprare un biglietto del treno, per andare a trovare i miei amici in età giovanile, c’era un signore che me lo faceva a mano. Certo, io sono molto anziano, però oggi se arrivi in stazione e il computer è giù, tu il biglietto non lo compri e il treno non lo prendi. Perché la sostituzione della macchina all’umano, in queste operazioni anche molto semplici come quella di fare un biglietto, è tale per cui semplicemente non è più possibile farne a meno.

Se estendete tutto questo al mercato finanziario, alle banche, a tutto quanto, vi rendete perfettamente conto che chi può accedere al Master Switch (come è stato chiamato in un famosissimo libro molto importante di un signore che si chiama Tim Wu, professore della Columbia University), che sarebbe l’interruttore centrale, è colui che in realtà può disattivare il capitalismo.

La frontiera. In questa frontiera si sperimentano molte cose. La frontiera dell’Infosfera è una frontiera dalla quale il capitalismo è dipendente e che dev’essere naturalmente tutelata in un modo assolutamente molto forte. Tramite che cosa? Tramite la costruzione di una serie di tabù, di una serie di ideologie, di una serie di convinzioni generalizzate che non si possono mettere in discussione.

Faccio un esempio molto semplice. Quando a noi arriva un messaggio di posta elettronica, di solito sotto c’è scritto: “Non stampare questa email, mantieni l’ambiente salubre“. Questo è una sorta di messaggio criptico per cui sostanzialmente la posta elettronica sarebbe, dal punto di vista ecologico,  un modo di comunicare totalmente sostenibile, mentre stampare la carta e spedire la lettera non lo sarebbe. Il messaggio che passa è che la rete internet vive in una sorta di empireo astratto assolutamente pulito (adesso si parla di nuvole, no?). In realtà la rete internet è fatta, fisicamente, dall’hardware, di parte è la rete estesa: sono dei giganteschi cavi, estremamente grossi che passano sotto i mari . Sono una serie di server potentissimi che consumano una quantità spaventosa di energia e che semplicemente nessuno sa dove siano. Si sa vagamente che sono collocati nella zona dell’occidente degli Stati Uniti, tra la parte – diciamo – nord della Stato della California, dello Stato di Washington e dell’Oregon. Si pensa che pezzi siano nel Canada, ma non v’è certezza. Una delle tesi più accreditate è che il famoso Master Switch, cioè il server centrale, quello davvero importante, stia in un sottomarino nucleare al largo di Seattle.

Tutto questo si va a schiantare contro quello che è la nostra impronta ecologica. Se noi guardiamo l’impronta ecologica. Quanti sanno cosa sia l’impronta ecologica? L’esperienza drammatica che io sperimento ormai un po’ dappertutto, in giro per il mondo, è che nessuno ha idea di che cosa sia l’impronta ecologica, quando trattasi di uno dei concetti più semplici e più banali: che cioè avendo soltanto alcune risorse che sono riproducibili – che sono in qualche modo il flusso di reddito che deriva dal capitale (usiamo questa locuzione neoliberale, perché è l’unica che ormai le persone capiscono, purtroppo), un capitale che da un certo reddito, avere un’impronta ecologica equilibrata significa vivere soltanto del reddito. L’impronta ecologica giusta è 1, ma oggi l’impronta ecologica globale è 1.4 e 1.5, il che significa che tutti gli anni verso luglio/agosto siamo nel cosiddetto Overshoot Day, vale a dire il giorno nel quale abbiamo finito di consumare le risorse che sono teoricamente riproducibili e incominciamo a consumare delle risorse che non saranno mai più riprodotte. 1.4 è una pessima impronta ecologica! Ma la cosa ancor più pessima è che i luoghi che vengono indicati da tutti come i più avanzati del mondo, la famosa Silicon Valley, dove ci si va a fotografare se si diventa Primi Ministri, da Twitter a Cupertino, a Palo Alto, a Mellow Yellow Party, i famosi posti della famosa Silicon Valley, ebbene l’impronta ecologica della Silicon Valley è 6. Il che significa che se tutto il mondo vivesse e si sviluppasse per poter diventare come ci dicono che potremmo diventare, cioè come la Silicon Valley (“Crescete in modo tecnologicamente avanzato”, e noi importiamo questo modello di sviluppo), ci vorrebbero sei pianeti per poter mantenere tutti quanti questo tenore di vita. Il che significa che se l’impronta ecologica è di appena 1.4, è solo perché dal Burkina Faso, all’India alla stessa Cina, l’impronta ecologica è molto più bassa rispetto a quella che è l’impronta ecologica dell’occidente ricco. D’accordo? La Cina ha un’impronta ecologica di più della metà rispetto a quella degli Stati Uniti, anche se viene normalmente indicata come il posto in cui tutti inquinano e fanno delle cose tremende! E quella pro-capite è doppia negli Stati Uniti.

Insomma questo per dirvi che abbiamo una situazione molto, molto squilibrata e che quindi se dopo poi ci stupiamo dei flussi migratori, delle situazioni drammatiche che si verificano, questo dipende semplicemente dal fatto che l’equilibrio globale è fortemente sbilanciato dal punto di vista dei consumi. Nessuno dei temi che abbiamo affrontato qui, compreso quello della Costituzione, può essere affrontato senza un’analisi seria dello stato del capitalismo attuale. Perché altrimenti noi ci mettiamo a ragionare di categorie astratte e non capiamo le condizioni materiali nell’ambito delle quali l’umanità si trova a vivere.

E quali sono le possibilità, i rischi legati alla costruzione di questi dispositivi? Esempio molto semplice: gli untori. “Teniamo fuori i bambini che possono contagiare tutti gli altri“. Che cosa significa? Che le mamme di questi bambini sono dei cattivi cittadini perché non investono sufficientemente in precauzione rispetto agli altri. Si costruisce un modello moralistico contro quelle mamme, e questo modello moralistico rende utilizzabile una sorta di implementazione diffusa di un ordine giuridico assolutamente contrario al precetto della Costituzione stessa. La Costituzione prevede che non si possano imporre trattamenti sanitari obbligatori se non in casi assolutamente particolari, ed è chiaro che una vaccinazione a tutto raggio fatta per tutti quanti non rientra in quelle categorie di eccezionalità che giustificano il trattamento sanitario obbligatorio. Questo lo capisce chiunque.

Allora, il punto vero è che oggi quella sperimentazione che viene fatta in Italia, per poi estendere i vaccini in tutto il mondo, io credo che venga fatta anche per sperimentare una futura possibile frontiera. Che è quella di rendere l’internet delle cose sempre più inevitabile. In altre parole, se ci fate caso, quando vi comprate un telefonino di questa generazione ultima, non potete più togliere la batteria. Vi sarete chiesti: perché non si può più togliere la batteria? Perché togliendo la batteria ci si può disconnettere. Non la puoi togliere fisicamente! E certo potresti smontare il telefono, ma guardate che se voi comprate un telefonino di ultima generazione e lo accendete – questo vale per la vostra televisione o per qualunque oggetto Smart -, prima di poterlo utilizzare dovete premere una serie di pulsanti sui quali c’è scritto: “I agree. I agree. I agree“. E voi che cosa accettate, naturalmente senza leggerlo (perché figuriamoci se uno che ha appena ricevuto nella bianca notte di Natale si mette a leggere quello che sta accettando, e figuriamoci per di più se non accetta: non gli funzionerebbe il regalo e quindi tanto varrebbe restituirlo: non c’è nessun’altra possibilità rispetto ad accettare)? Tu hai accettato in quel momento una serie di cose che non accetteresti mai rispetto ad una tua normale proprietà. Per esempio hai accettato il fatto che non lo potrai portare a riparare da chi ti pare, ma dovrai portarlo a riparare soltanto da quello che ti indica il venditore. Hai accettato il fatto che non potrai hackerare, manipolare la tua proprietà per renderla più compatibile con un altro sistema operativo, perché se lo fai commetti un reato! Hai accettato semplicemente una giurisdizione all’interno della quale tutta una serie di comportamenti, che sono comportamenti totalmente normali rispetto a un proprio oggetto, sono in realtà comportamenti rilevanti dal punto di vista penale. Hai in più accettato anche il fatto di togliere di mezzo ogni giurisdizione, cioè che utilizzando questo strumento e scaricando qualsiasi tipo di App, implicitamente non puoi più andare in una giurisdizione – sia straordinaria che amministrativa – a far causa a uno qualsiasi di questi provider cui hai venduto i tuoi dati.

Facebook ha un miliardo e mezzo di utenti. È tanta gente! I nostri giornalisti ci dicono che si tratta della più grande Nazione del mondo. Quel miliardo e mezzo di persone hanno accettato il sistema di risoluzione delle controversie tra l’utente e Facebook stesso, ma indovinate quante volte nella storia di Facebook lo hanno utilizzato? Sessantaquattro! Vale a dire che è stato completamente tolto di mezzo qualsiasi strumento di accesso alla giurisdizione ordinaria. E anche quella speciale, che ti viene offerta come giurisdizione privata, non viene semplicemente utilizzata mai. Cosa significa questo? Significa che nella frontiera dell’Infosfera possiamo fare a meno del giurista! La presenza del diritto non è più necessaria per costruire la struttura portante del capitalismo. Il giurista e il diritto sono stati sostituiti dai programmatori che riescono a introdurre dei processi che fondano le basi di transazioni economiche al di fuori di qualsiasi possibilità di controllo da parte dei giuristi.

Voi mi direte: “Ma che bella cosa, perché i giuristi ci stanno molto antipatici!“, e io sono anche d’accordo, da un certo punto di vista, perché purtroppo li frequento molto. Però il punto è che mentre nella storia tutte le rivoluzioni fin qui hanno sempre cercato di togliersi dai piedi i giuristi, ma non ci sono mai riuscite perché prima o dopo la loro presenza era necessaria per costruire le basi di una società organizzata fondata sullo scambio, oggi per la prima volta è possibile. Il che significa che mentre prima il capitalismo doveva in qualche modo sopportare i pistolotti dei giuristi che gli dicevano: “Ma guarda che ci sono anche gli standard di decenza, ci sono i diritti umani fondamentali, non si possono imporre vaccini obbligatori, non si possono fare una serie di cose senza ragionevolezza“, perché quel ceto era un ceto in qualche modo indispensabile per la funzione primaria da cumulo capitalistico, oggi che quel ceto non serve più. Anche le nostre prediche sono destinate a rimanere, come diceva il buon Bob Dylan, Blowin’in the Wind. Sono destinate a rimanere completamente inascoltate, per un semplice fatto: che incentivo hanno ad ascoltare Ugo Mattei che gli fa il predicozzo, se poi non ne hanno bisogno per poter estrarre valore nei rapporti economici commerciali utilizzando le sue dottrine sul contratto sulla proprietà? Semplicemente se lo tolgono dai piedi nell’uno e nell’altro settore.

Questa è una sperimentazione che per ora sta avvenendo in frontiera, nell’Infosfera, ma che sempre più rapidamente – io prevedo – arriverà anche nella madre-patria, nel mondo off-line – come oggi si chiama – perché quelle sperimentazioni lì vengono fatte in quel luogo e poi dopo ricadono anche nella nostra vita quotidiana. Proprio come le sperimentazioni di saccheggio nell’America latina, soprattutto nel nord America, sono ricadute nella strutturazione del capitalismo della madre-patria. Questo è un punto di una certa gravità, perché né tu né un altro miliardo di persone adesso potete più togliere la batteria: c’è il diritto penale che presiede alla vostra ubbidienza rispetto a quello che avete accettato. E questo è gravissimo, perché nel momento in cui tutti noi, dal primo all’ultimo, commettiamo dei reati senza saperlo, perché premiamo dei pulsanti, noi tutti, dal primo all’ultimo, possiamo essere inquisiti per quello che abbiamo fatto. E quindi noi, dal primo all’ultimo, possiamo finire nei guai proprio come è successo ad Aaron Swartz negli Stati Uniti d’America.

Quanti di voi hanno sentito parlare di Aaron Swartz? Nessuno, ecco bella roba! Aaron Swartz era un ragazzo che all’età di 12 anni era un genio informatico, un genio che aveva preso una sua consapevolezza politica. A 12 anni aveva fatto il Coding per il famoso programma, quello di Lawrence Lassie per i CoPilot, quindi insomma era un personaggio di grandissimo livello. A un certo punto capisce l’importanza di questi discorsi e pubblica un piccolo manifesto che si chiama “Guerilla Open Access Manifesto“. Pubblica questa cosa e comincia a dire che l’unico modo di mantenere la società come una società di liberi e non una società di schiavi è quella di rendere la cultura accessibile a tutti. Siccome era un genio e sapeva fare queste cose… penetra nella notte negli archivi dell’MIT, il Massachusetts Institute of Technology, e scarica tutte le collezioni di JSTOR, che è il più grande collettore di dati scientifici che ci siano nel mondo, e le rende pubbliche. Ok? Fa questa operazione di guerriglia per rendere accessibile questa informazione sulla base di una consapevolezza politica impressionante, perché nel Guerrilla Manifesto c’è tutto un ragionamento sul fatto dello iato tra i Paesi ricchi e i Paesi poveri, sulla cultura e di come deve essere in qualche modo accessibile, distribuita. Insomma, un personaggio di grande spessore nonostante la giovane età. Viene ovviamente preso di mira dall’FBI e nonostante ottenga un accordo con JSTOR per uscire dalla cosa – io conoscevo bene il suo avvocato che mi ha raccontato tutto -, distrutto dai conti che ha dovuto pagare, tra avvocati ed altre spese, all’età di 26 anni si è suicida. C’è un bellissimo documentario che ne racconta la storia, si chiama “Killswitch“, vale la pena di vederlo perché è esattamente la storia di come in frontiera la partita si svolga tutta fra programmatori, così come una volta il giurista critico era visto come il peggior nemico del capitalismo stesso. Pashukanis viene ammazzato dallo stesso Stalin perché aveva introdotto una riflessione critica sul diritto che dava fastidio a chiunque volesse costruire delle strutture di sovranità. Quindi era sostanzialmente demonizzato perché conoscitore del segreto iniziatico. Stessa cosa successa per Aaron Swartz.

Quindi questa è una partita molto importante. Che cosa impedirà un domani di far uscire una legge che per ragioni di sicurezza e per lotta contro il terrorismo ci obblighi a introdurci con una piccola iniezione un microchip sottocutaneo che si collega automaticamente con i vari sensori che ci sono nel mondo, signori miei? Assolutamente nulla! Dal punto di vista tecnico è già totalmente possibile – ci sono già state sperimentazioni sull’introduzione di particelle talmente piccole che possono essere sostanzialmente iniettate sotto cute. Poi mi dicono che sono un “Conspiracy theorist“, che è il modo di dire di qualcuno che cerca di pensare criticamente: gli dicono che fa la “Conspiracy theory“, ma la verità vera è che oggi la tecnologia – se non oggi fra 3 anni, 5 anni, 8 anni, ma in un tempo molto vicino – consentirà cose di questo genere in modo assolutamente banale. Perché sono già totalmente possibili.

Oggi il mio telefono, che è un telefono di un livello medio-scarso, è già molto più potente del top di gamma dell’Apple computer nel 2005. L’accelerazione tecnologica legata alla cosiddetta Legge di Moore, fa sì che oggi noi abbiamo un telefonino di livello medio-basso molto più potente del top di gamma non di 30 anni fa, ma di quattro, cinque, otto anni fa. Quindi siamo a delle accelerazioni davvero impressionanti. Io credo che la questione della tecnologia debba essere affrontata in modo molto serio, perché ha trasformato profondamente i nostri sistemi politici portando alla sparizione totale della famosa contrapposizione fra pubblico e privato, sulla quale abbiamo costruito la civiltà liberale che ci governa, o comunque la civiltà moderna.

Quando Barack Obama fu eletto Presidente degli Stati Uniti, io dissi: “Secondo me Obama è come Gorbaciov”. Gorbaciov era stato l’ultimo dei comunisti all’interno del sistema sovietico, che aveva cercato di trasformare dall’interno senza riuscirci. Barack Obama è stato l’ultimo degli americani a provare a trasformare il sistema liberale dall’interno, a provarci secondo diciamo le possibilità concrete di farlo, che erano assai limitate perché non era un uomo particolarmente coraggioso. L’esito è stato da un lato la rivoluzione che ha portato a Putin, dall’altro Donald Trump, e poi questo modello di Governo che stiamo vedendo ovunque, da Modi in India, alle trasformazioni del Partito Comunista Cinese. Ovunque si sono istituite delle Costituzioni tecno-fasciste. In altre parole delle Costituzioni, delle strutturazioni che si sono liberate completamente dal vecchio controllo, dalla vecchia dicotomia pubblico/privato.

Oggi nel consiglio di amministrazione di Facebook, delle cinque grandi Corporation di grandi gruppi farmaceutici, siedono tanto dei rappresentanti del capitale quanto dei rappresentanti del Dipartimento di Stato, della CIA all’FBI. Perché non c’è più sostanzialmente nessuna separazione, e non può più esserci. Chi è il proprietario di queste grandi strutture dentro internet? Chi mantiene quei cavi? Chi ha le chiavi per entrare ad aggiustare quel Master Server? Chi è che fa gli investimenti per migliorarlo? Semplicemente non lo sappiamo. Io sarò un ricercatore ignorante, zuccone e asino, ma sono tre anni che provo a trovare dei lavori scientifici seri sull’hardware, sulla parte hard della rete internet, e non si trova assolutamente niente. Non c’è un paper scientifico che affronti dal punto di vista teorico quella che è la questione della proprietà delle infrastrutture materiali che governano l’Infosfera. Questo è un buco nelle nostre conoscenze estremamente pericoloso?.

Allora, se così stanno le cose, io credo che noi non possiamo trovare soluzioni che si facciano carico dei problemi, così come essi si verificano a questo livello di sviluppo tecnologico, all’interno delle vecchie strutture dell’ordinamento costituito. Noi non possiamo immaginare che possano essere i legislatori ordinari dei Paesi del mondo, siano essi i Paesi deboli e semiperiferici come il nostro, ma siano anche i grandi blocchi avanzati, a riuscire a mettere sotto controllo il potere economico così come è venuto a svilupparsi oggi. I rapporti di forza tra privato e pubblico sono drammaticamente cambiati. Il Leviatano un tempo era un signore pubblico, contro il quale avevamo costruito il Diritto costituzionale liberale, per proteggere l’individuo vivo, la proprietà privata, la privacy, la nostra entità o la persona rispetto alle potenziali deviazioni del potere concentrato. Oggi le cose non stanno più così. Oggi non è più il privato a essere più debole del pubblico e a necessitare della tutela nei confronti del pubblico stesso, ma è il pubblico, sono questi sistemi burocratici che sono stati talmente colonizzati dal capitale privato, per cui nessuna delle scelte che vengono fatte può essere più considerata una scelta politica.

Ma voi pensate che sia stata davvero la Lorenzin a decidere questa cosa dei vaccini? Ma stiamo scherzando? E pensate davvero che siano state le istituzioni europee sulla base di qualche think tank di alto livello? Ma scherzate proprio? Sono stati i Consigli di Amministrazione di due, tre, quattro grosse Multinazionali, che erano le stesse che ai tempi della mucca pazza – ogni tanto vengono costruite queste situazioni d’emergenza – avevano creato le condizioni per poter operare delle “estrazioni” – come dire – molto importanti. Perché per la mucca pazza in Italia avevamo comprato una quantità di vaccini, che poi abbiamo buttato via, impressionante! Milionate, milionate e milionate di vaccini! Avremmo finanziato la ricerca nei beni comuni, nel territorio e tutto quel che volevamo, ma c’è stato l’allarme mucca pazza, no? Adesso si è capito – come spesso avviene – che il momento di estrazione e di accumulo originario, quello che il vecchio Marx chiamava l'”Accumulazione Primitiva” non è un momento specifico (le torri gemelle e allora dichiaro la guerra). No! Semplicemente si tratta di un modello permanente di strutturazione della società che consente a questi processi di andare avanti in modo lineare sempre in quella particolare direzione.

Allora, come si risponde a questo? Io credo che  prima di tutto bisogna avere l’umiltà di provare a capire questi processi. E provare a capire questi processi non è facile perché ti oppongono: “Ma tu, Mattei sei un giurista. Che ne capisci di informatica? Ma tu Viale sei un sociologo, che ne capisci di medicina? La medicina e l’informatica non sono democratiche, no?” Esattamente questo è il punto! Si sente la necessità di una cultura che sia nuovamente una cultura di tipo olistico, una cultura di tipo interdisciplinare che sia capace una volta tanto di esercitare un controllo critico sulle cose che lo specialismo cerca di farci ingurgitare. Questo è un punto – secondo me – molto molto importante. La seconda cosa è capire che oggi noi come individui non contiamo più niente: non importa niente a nessuno di noi come individui. Noi siamo delle categorie merceologiche. Nel momento in cui qualcosa ci viene dato gratis, significa che noi siamo la merce. Quando qualcosa è gratis, il prodotto sei tu. Siamo categorie merceologiche che sono interessanti nel momento in cui veniamo raggruppati attraverso la forza computazionale, che sta aumentando in modo rapidissimo. Vi ricordate von Hayek? La teoria della conoscenza liberale qual era? Che il piano sovietico è destinato a perdere perché il libero mercato ha molte più informazioni di quante ne abbia il piano. Per cui i sovietici,  non avendo il mercato libero che produce informazione, erano destinati al fallimento perché tanto – sostanzialmente – non si sapeva quanti stivali e quante scarpe col tacco lungo erano desiderati in quel momento, e quindi si producevano troppi stivali e troppo poche scarpe col tacco. E questo comportava l’impossibilità di far funzionare il piano.

Oggi non è più così. Oggi la capacità computazionale crea una capacità pianificatoria molto più forte rispetto alla catalessi del mercato. Non c’è più – secondo me – un elemento per cui il potere diffuso possa imporsi rispetto al potere concentrato, nel momento in cui il potere concentrato mette sotto controllo la tecnologia ai livelli in cui la tecnologia è messa sotto controllo oggi. Il che significa che dobbiamo ripensare le stesse basi del dibattito teorico/filosofico che ci hanno accompagnati dalla modernità fino ad oggi. É un compito molto serio, molto molto importante e di cui però bisogna cominciare ad occuparsi. Bisogna che qualcuno abbia il coraggio di prendersi del buffone, ma andare a parlare di queste cose dove di queste cose bisogna parlare.

Siccome non contiamo più come individui, ma come categoria merceologica, abbiamo la necessità di ricostruire istituzioni del collettivo. L’individuo è morto. L’individualismo basato sul diritto soggettivo assoluto è, come diceva Rosa Luxemburg a proposito della socialdemocrazia tedesca dell’epoca, un fetido cadavere, cioè qualcosa che non ha più senso di esistere perché oggi ci sono i collettivi che vanno ricostruiti. O ricostruiamo una situazione di collettivizzazione, anche di quelle persone che non accettano di essere merci da estrazione capitalistica, o ci siamo fatti riempire la testa di nozioni che ci depotenziano.

Io sento dire che su alcune cose, i diritti civili liberisti sono più avanzati e quindi gli vogliamo dare spazio. Non si capisce che i diritti più importanti, come quelli sul nostro corpo, quelli sulla nostra identità sessuale, sono destinati a non servire assolutamente a nulla. Quindi ricostruire condizioni del senso comune, ricostruire solidarietà, ricostruire strutture di condivisione anche fondate sull’amore è secondo me molto importante, perché quello è il solo modo grazie al quale si può avere il coraggio di opporsi in modo radicale a delle leggi che sono leggi insostenibili, ingiuste e che creano obblighi collettivi di resistenza.

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Wed, 29 Nov 2017 08:45:17 +0100
L'ALTRA TRAMA http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1709-altra-trama http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1709-altra-trama

RICARDO A. FAERMAN - La politica in certi casi riesce a bloccare in modo massiccio la paura della propria coscienza, e, tra parentesi, la società non prova abbastanza vergogna o colpa per aver agito contro i propri principi anche relativi a origini o credenze. Qualsiasi somiglianza con la descrizione di ansietà morale stabilita da SIGMUND FREUD è accettata fin da oggi come valida. Alcuni mezzi di informazione fungono da effettori, reagiscono per comodità alle proposte della politica e creano le tematiche di dibattito; la forma e l'intensità della presentazione producono quel blocco che persiste fino a quando l'idea di potenziale giovamento domina la situazione. Questa società di pochi costituita da politici e mezzi di informazione ha solitamente valore temporaneo, con i primi che vogliono mantenere il potere e i secondi che cercano di sostenere la circolazione e la vendita ai divulgatori di informazioni. Ed ecco che inoltre queste società di pochi hanno esplorato e estratto quasi tutto il valore presente nel tessuto sociale e già da un po' di tempo si sono specializzati nella questione della propria identità e nell'incentivo del risentimento. Ed è così che cominciamo a intravedere le crepe che minano l'integrità delle società che in fondo non avevano dei veri e propri problemi di convivenza, o almeno erano progredite materialmente senza cadere quasi mai in questo problema. Le crepe si osservano da una lontananza metaforica anche negli stati in cui i propri cittadini non avevano alcun problema di convivenza né di utilità nell'avere fratture interne. Quali lotte c'erano negli Stati Uniti, Italia o Spagna? E questo solo per citare le società più sviluppate. Gli americani vivranno meglio amareggiandosi fino alle prossime elezioni di medio termine?
Gli italiani otterranno davvero stabilità, progresso e stimolo per la loro creatività naturale continuando a dividersi tra jus sanguinis e jus soli oppure questa è semplicemente una nuova discussione creata ad arte per avere uno strumento che generi sempre più rabbia? E i catalani? Che cosa accadrebbe alle prossimi due o tre generazioni se dovessero vivere una transizione di separazione dalla Spagna?
La politica e i mezzi di informazione, in alcuni casi, si alleano per creare fratture, distraendosi però dal loro reale problema, che è la crescita di un'altra trama di potere basata sull'unità e l'integrazione, silenziosa ed efficace. Una trama che avanza e si installa senza soluzione di continuità e che secondo una stima odierna ci sono 2,5 miliardi di persone che comunicano tra di loro 17 volte al giorno. Facebook ha 1,7 miliardi di utenti e la sua controllata WhatsApp più di 1,0 miliardi, YouTube (Google) ha 1,0 miliardi di utenti, Twitter 300 milioni, Instagram (Facebook) 400 milioni e Snapchat circa 200 milioni, mentre Netflix è ora vicino a 50 milioni di abbonati a pagamento che accedono ai propri contenuti esclusivamente tramite Internet. Google ha a sua volta 1,2 miliardi di utenti e una capitalizzazione di mercato di oltre 500 miliardi di dollari, anche se attualmente detiene soltanto il 10% del mercato in Cina. La capitalizzazione di mercato di Facebook è simile e la somma di entrambe supera un trilione di dollari. I grandi distributori emergenti di questa nuova tecnologia, AMAZON e ALIBABA, hanno circa 500 milioni di utenti ciascuno e avanzano senza fermarsi, mercato per mercato, segmento per segmento, inglobando tutto ciò che sembra inerte. Di recente AMAZON ha iniziato a richiedere licenze per distribuire farmaci negli Stati Uniti, costringendo le aziende farmaceutiche ad acquistare assicurazioni per non perdere capacità di negoziazione con i laboratori. Google e Facebook sono ormai prossimi a diventare fornitori di telefonia e internet attraverso sistemi molto sofisticati che consegneranno letteralmente nelle loro mani i sistemi di comunicazione, i quali saranno molto probabilmente gratuiti nella maggior parte dei casi.
La libertà di offrire accesso gratuito a Internet senza alcun addebito è oggetto di discussione in questi giorni. Chi potrà fermare questi colossi e per quanto tempo? E la trama non conosce freni, i baby-boomers (50-65) hanno lo stesso atteggiamento della generazione X (36-49) oppure dei millenials (20-35)? Gli ultimi due gruppi non comprano senza "googlare" e tendono a verificare i contenuti su Internet prima di "confermare" ciò che vogliono acquistare, non importa di cosa si tratti. La generazione di fratture è probabile che sia l'ultimo tentativo da parte di politici mediocri volti a mantenere un certo potere in questa fase di transizione, mentre la generazione X e i millennials finiscono di imporre i propri codici di comprensione, conferma, comunicazione e acquisto.
Ciò che rientra in queste fratture sono il tempo sprecato, i lavori non realizzati, il progresso sterile, insomma, la qualità della vita sempre peggiore delle vittime di quello che è forse l'ultimo atto delle persone mediocri. Il mondo è ancora un totale stato con l'avanzamento di un sistema di comunicazione, contatti e logistica sempre più accessibili, che in un tempo non lontano coprirà la maggioranza assoluta dell'umanità, che per la prima volta si vedrà integrata in tempo reale, acconsentendo senza restrizioni al trasferimento di informazioni, conoscenze, beni e servizi. E già che procediamo in questa direzione, guidati dal più potente complesso aziendale mai conosciuto, le cricche di alcuni politici mediocri ci fanno perdere tempo con la loro vecchia abitudine del divide et impera, ovvero dividi e comanda. Fortunatamente già si intravede in tutto il mondo un'altra classe dirigente, integratrice, comunicativa e promotrice della felicità attraverso la creazione di strumenti per la crescita personale, potremmo chiamarli politici del nuovo corso, del tempo che verrà, queste nuove figure produrranno la trasformazione mancante affinché il mondo possa trarre pieno vantaggio da ciò che la tecnologia è stata in grado di fornire.

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Wed, 01 Nov 2017 14:41:01 +0100
Lettera del Ministro David Tawei Lee alla comunità internazionale sull’ostracismo nei confronti di Taiwan http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1686-lettera-del-ministro-david-tawei-lee-alla-comunita-internazionale-sull-ostracismo-nei-confronti-di-taiwan http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1686-lettera-del-ministro-david-tawei-lee-alla-comunita-internazionale-sull-ostracismo-nei-confronti-di-taiwan

Il ruolo di Taiwan nella lotta per il raggiungimento degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile può essere decisivo nel quadrante Asia-Pacifico. I successi taiwanesi nel campo dello sviluppo sostenibile, della cooperazione allo sviluppo e nelle emergenze naturali e sanitarie mostrano una perfetta aderenza del paese agli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile fissati dall’ONU. L’apporto taiwanese al raggiungimento degli stessi può essere molto importante: nella sua lettera, che abbiamo pubblicato integralmente, il Ministro David Tawei Lee lancia un appello alla comunità internazionale per far cessare l’ostracismo nei confronti di Taiwan.
David Tawei Lee, Ph.D. – Ministro degli Affari Esteri, Repubblica di Cina (Taiwan) - “Nel momento in cui intraprendiamo questo grande viaggio collettivo, ci impegniamo affinché nessuno venga lasciato indietro” – Transforming Our World: the 2030 Agenda for Sustainable Development.
New York è una delle destinazioni turistiche più popolari al mondo. I visitatori provenienti da Taiwan, così come quelli degli altri Paesi, amano vivere in prima persona le principali attrazioni della città – la Statua della Libertà, Times Square e, ovviamente, il nervo centrale degli affari internazionali: il quartier generale delle Nazioni Unite. Questi punti di riferimento – soprattutto l’ultimo – sono simboli di parità, di diversità e di libertà. Purtroppo, la brillante lucentezza di questi ideali si è opacizzata di recente, dal momento che sempre più visitatori provenienti da Taiwan si ritrovano allontanati dal suolo dell’ONU, discriminati semplicemente a causa del loro Paese d’origine.
L’ONU riguarda i popoli, tuttavia l’universalità dei diritti umani che l’ONU proclama non è estesa a Taiwan e ai suoi 23 milioni di abitanti. Questo trattamento spiacevole risale al 1971, quando il nostro governo ha perso la propria rappresentanza nell’organizzazione – e, nei decenni successivi, Taiwan ha vissuto l’isolamento e le sfide collegati alla propria situazione internazionale. Nondimeno, questa avversità ci ha spinto avanti e noi non ci siamo mai tirati indietro, siccome crediamo fortemente che coloro che seguono il sentiero della virtù non possono mai essere davvero soli.
Viaggiando per il mondo in qualità di Ministro degli Affari Esteri, mi sono sempre meravigliato di come l’esperienza di Taiwan in settori quali la protezione ambientale, la sanità e la medicina, l’agricoltura, l’istruzione e l’ICT abbia aiutato i nostri partner a crescere e svilupparsi. Noi siamo impegnati a continuare la nostra interazione e cooperazione con i nostri amici e i nostri partner, e a mantenere la pace globale, la sicurezza e la prosperità attraverso una mutua benefica collaborazione.
Nonostante gli sforzi di Taiwan e il riconoscimento che ha ottenuto, nonostante il bisogno di universalità, e nonostante la promessa ripetuta di non voler lasciare indietro nessuno, l’ONU sembra lieto di lasciare indietro 23 milioni di abitanti di Taiwan. Nel maggio di quest’anno, Taiwan non è stata ammessa a presenziare alla 70ª Assemblea Mondiale della Sanità, nonostante abbia partecipato in qualità di osservatore nei precedenti otto anni consecutivi. Rifiutare Taiwan – che ha investito oltre 6 miliardi di dollari in aiuti medici e umanitari internazionali sin dal 1996, arrecando beneficio a milioni di persone in tutto il mondo – va contro il senso comune, e crea un punto cieco nelle operazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, come quello che è costato molte vite durante l’epidemia di SARS del 2003.
Questo ingiusto trattamento, comunque, non ha impedito e non impedirà mai a Taiwan di compiere i propri doveri, sia nei confronti del suo popolo, sia nei confronti della comunità internazionale. Taiwan è la 18ª economia commerciale mondiale ed è 11ª per libertà economica; in qualità di ciò ha reso le sue leggi e i suoi regolamenti in linea con le convenzioni sui diritti umani dell’ONU, e per quanto concerne i valori democratici, Taiwan ha lavorato duramente come qualsiasi Paese – e forse anche più duramente di molti altri – per incrementare l’uguaglianza. Il popolo taiwanese ha eletto la sua prima Presidente donna nel 2016, ed è di genere femminile anche il 38% dei suoi legislatori. Taiwan è anche sede di una vibrante società civile, le cui organizzazioni civiche aiutano con costanza il mondo. E ogni volta che i disastri naturali colpiscono, le squadre di recupero appartenenti a ONG taiwanesi sono già lì sul territorio, pronte a fornire assistenza, con la loro devozione e la loro professionalità sotto gli occhi di tutti.
Taiwan sta ora lavorando alla sua prima “Voluntary National Review”, che documenterà molti dei suoi concreti successi riguardanti gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) dell’ONU. In termini di salute pubblica e medicina, per esempio, negli anni recenti Taiwan ha lavorato a fianco a una moltitudine di altri Paesi per combattere malattie infettive come la MERS, l’Ebola e la Zika. Taiwan ha anche continuato a sostenere l’economia e l’energia verdi, mirando a elevare la proporzione di energia rinnovabile generata per il fabbisogno del Paese fino al 20% (cinque volte il livello attuale) entro il 2025, mentre al tempo stesso punta a diminuire le emissioni carboniche ad almeno il 50% dei livelli del 2005 entro il 2050.
I possessori di passaporto taiwanese godono della possibilità di viaggiare senza bisogno di visto, o con altre forme facilitate, verso 165 Paesi e territori, il che dimostra il rispetto che turisti, uomini d’affari e accademici taiwanesi si sono guadagnati in tutto il mondo. Nonostante ciò, sono ancora impossibilitati a fare anche un solo singolo passo all’interno dell’ONU.
Per anni, ai rappresentanti delle molte ONG taiwanesi impegnate nella tutela dei diritti delle popolazioni indigene, del lavoro, dell’ambiente o delle donne, è stato impedito di prendere parte agli incontri e alle conferenze tenute al quartier generale dell’ONU a New York e al Palazzo delle Nazioni a Ginevra, semplicemente perché provenivano da Taiwan. Similmente, per l’oltraggio della comunità internazionale dei media, ai giornalisti taiwanesi non è concesso di coprire gli incontri dell’ONU di persona.
Queste misure discriminatorie messe in piedi dai burocrati dell’ONU – rivolte specificatamente contro il popolo taiwanese – sono giustificate in maniera non appropriata  dall’invocazione e dall’uso errato della Risoluzione 2758 (XXVI) dell’Assemblea Generale del 1971. E’ importante ricordare che, mentre ha fornito il seggio alla Repubblica Popolare Cinese all’interno dell’ONU, questa risoluzione non ha affrontato il tema della rappresentanza di Taiwan e del suo popolo nell’organizzazione; ancora meno, ha offerto alla RPC il diritto di rappresentare il popolo di Taiwan.
E’ importante evidenziare qui la realtà politica, che è quella che la RPC non ha ora – né ha mai avuto – giurisdizione su Taiwan. In realtà, come dimostrato dal suddetto divieto di ingresso ai taiwanesi all’interno del quartier generale dell’ONU, la RPC esercita più influenza all’interno dell’ONU che in Taiwan.
Il preambolo dello Statuto delle Nazioni Unite parla con decisione della missione dell’organizzazione, che è quella di “riaffermare la fede nei diritti fondamentali dell’uomo, nella dignità e nel valore della persona umana, nella eguaglianza dei diritti degli uomini e delle donne e delle nazioni grandi e piccole”. Il governo e il popolo di Taiwan credono fortemente che il loro coinvolgimento sarebbe a beneficio di tutti, specialmente quando l’ONU invita all’applicazione universale degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile. L’assenza di Taiwan, d’altro canto, può solo continuare a paralizzare l’efficacia di questi sforzi globali.
Taiwan può fare molto per aiutare il mondo a costruire un futuro più sostenibile. Il popolo di Taiwan necessita della comunità internazionale per sostenere le nostre aspirazioni e il nostro diritto a un trattamento equo da parte dell’ONU. In ultimo, non lasciateci fuori dalla porta.

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Tue, 05 Sep 2017 08:23:00 +0200
L’ammirazione degli americani per Mussolini http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1631-l-ammirazione-degli-americani-per-mussolini http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1631-l-ammirazione-degli-americani-per-mussolini

Il Prof. Matteo Pretelli parla del fascino esercitato dal Duce sugli americani in un’intervista rilasciata ad Umberto Mucci, che si può leggere online: http://wetheitalians.com/interviste/28753-mussolini-and-the-united-states-a-historical-perspective.
L’intervistatore, Umberto Mucci, è il creatore di We the Italians, il portale internet dedicato alla descrizione di tutto ciò che riguarda l’Italia e gli Italiani negli Stati Uniti d’America e ai rapporti tra i due Paesi (www.wetheitalians.com). We the Italians, unico nel suo genere, ospita già oggi migliaia e migliaia di contenuti - divisi per tema e per ciascuno dei 50 Stati - provenienti da diverse delle 2.500 istituzioni, associazioni, università, feste e gruppi censiti presso il suo database unico sulla rete, insieme a news, video, eventi e altri servizi sempre riguardanti l’italianità in America in tutte le sue diverse forme e coniugazioni, più le interviste che da un anno Umberto Mucci svolge presso importanti personalità che ricoprono un incarico presso soggetti che operano nei rapporti tra Italia e USA, interviste che hanno preso la forma di un libro pubblicato sia in italiano che in inglese.
L’intervistato, Matteo Pretelli, è uno studioso delle relazioni fra le comunità italiana e americana e delle relazioni fra Italia e USA soprattutto nel periodo fra la prima e la seconda guerra mondiale, dell’emigrazione italiana negli States e della promozioni di lingua e cultura italiana.

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Tue, 03 Jan 2017 10:11:02 +0100
La Marsigliese ha origini italiane http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1500-la-marsigliese-ha-origini-italiane http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1500-la-marsigliese-ha-origini-italiane

ANGELO PARATICO - La Marsigliese è famosissima, fra gli inni nazionali forse è il più celebre. Eppure pochi sanno che la musica esisteva già prima d'essere posta sullo spartito, la notte del 25 Aprile 1792, da Claude Joseph Rouget de Lisle.
A quel tempo la Francia era in guerra contro l'Austria e, intrattenendo a cena degli ufficiali francesi, il sindaco di Strasburgo lamentò il fatto che la Francia non possedesse un proprio inno. Rouget de Lisle, uno degli ufficiali presenti, tornò nella propria baracca e nella notte buttò giù questo pezzo musicale, che intitolò "Chant de guerre pour l'Armée du Rhin."
Le parole che compose quella notte sono ancor oggi potenti e riescono a trasmetterci un forte spirito, che ci fa tremare le vene, sposandosi stupendamente con le note musicali, che, Rouget de L'Isle disse di aver composto.
Quella canzone fu subito popolare fra i soldati e, successivamente, divenne il simbolo dei rivoluzionari francesi. Divenne nota come la Marsigliese solo dopo che fu cantata dai volontari di Marsiglia che, giunti a Parigi, parteciparono alla presa del palais des Tuileries, il 10 Agosto 1792.
Rouget de Lisle era un capitano dell'esercito reale francese ma nel 1793 rifiutò di giurare fedeltà alla nuova costituzione rivoluzionaria e fu perciò imprigionato, andando vicino a salire la ghigliottina. Fu liberato solo per via dell'arresto di Robespierre, che segnò la fine del tempo del Terrore. Immaginiamo il suo grande fastidio nell'udire la sua bella canzone uscire dalle bocche dei sanculotti!
Napoleone Bonaparte non fu mai un fan della Marsigliese e la fece mettere da parte durante l'Impero. Fu poi proibita durante la restaurazione, da re Luigi XVIII. Con la salita al trono di Napoleone III, la Marsigliese venne lasciata da parte, dato che l'inno nazionale francese in quei giorni era Partant pour la Syrie che suona piuttosto profetico ai giorni nostri...
La Marsigliese tornò in auge nei giorni della Comune, nel 1871 e fu poi dichiarata ufficialmente l'Inno Nazionale francese nel 1879. Ma allora, chi scrisse questa musica? Credo non esistano dubbi in merito: fu Gian Battista Viotti, che la compose nel 1781, ben 11 anni prima di Claude Joseph Rouget de Lisle.
Ora, non vogliamo biasimare o accusare di disonestà un uomo come Rounget de Lisle - uno che preferì morire in povertà piuttosto che scendere a compromessi con la propria coscienza e tradire il giuramento fatto al re - va però detto a onor del vero  che non si tratta d'una casuale somiglianza, ma è, piuttosto, la stessa, identica cosa. Ed è spiacevole che la Francia non lo ammetta, concedendo a Viotti un onore postumo che gli spetta.
Ecco ciò che dice Frederic Frank-David, ex direttore del Museo della Marsigliese: "Vi è un certo grado di probabilità che Rouget sia stato ispirato dalla musica di Viotti, forse consciamente o inconsciamente."
Questo è vero ma è difficile pensare che fu una cosa inconscia. Basti dire che sentendo le due musiche in sequenza si capisce che sono la stessa cosa, nota dopo nota.
Giovanni Battista Viotti nacque a Fontanetto Po, un piccolo comune in provincia di Vercelli, nel 1755 e morì a Londra nel 1824. Fu direttore del King's Theatre di Londra, poi si trasferì in Germania per due anni (1798-1800); infine rientrò a Londra, dove restò sino alla morte, salvo che per una breve parentesi a Parigi, dove fu direttore del Theatre des Italiens.
Viotti vien oggi considerato uno dei maggiori violinisti mai esistiti, ma fu anche un grande compositore, fra l'altro, durante la sua lunga carriera scrisse di ben 29 concerti.

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Fri, 22 Jan 2016 08:43:51 +0100
A proposito di invasione islamica http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1468-a-proposito-di-invasione-islamica http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1468-a-proposito-di-invasione-islamica

La missione segreta di Leonardo Da Vinci in Friuli per fermare un’invasione islamica
ANGELO PARATICO - Il 1499 è un anno pieno di colpi di scena. Il ventottenne re di Francia, Carlo VIII, una sera alza troppo il gomito e, rientrando nei propri appartamenti del castello d’Amboise sulla Loira, non s’accorge d’una architrave più bassa delle altre e vi picchia una regal testata. Non riesce più a dormire e il dolore aumenta durante la notte: viene chiamato il medico di corte ma non può nulla e il 7 aprile il re muore a causa d’una emorragia cerebrale. Qualche giorno dopo, il 26 aprile, Leonardo Da Vinci riceve la sua bella vigna da Ludovico Sforza, a Milano, vicino al convento di Santa Maria delle Grazie nel centro di quella ricca città.
Il 28 aprile la corona francese passa a Luigi XII: una pessima notizia per l’Italia e per i suoi fragili equilibri, perché quel re accampa pretese dinastiche su Genova e sul ducato di Milano, per via d’una sua nonna appartenente alla casata dei Visconti, una dinastia alla quale gli Sforza, secondo il nuovo monarca, hanno ingiustamente tolto Milano. Ludovico il Moro sa di aver i giorni contati e mette in moto i propri ambasciatori, cercando di parare il colpo.  Mobilita Massimiliano d’Austria, lo sposo di sua nipote e arruola migliaia di mercenari svizzeri. Ordina che il bronzo messo da parte per fondere il gran cavallo di Leonardo da Vinci per commemorare suo padre, Francesco Sforza, venga subito spedito a Mantova per esser fuso in cannoni. I veneziani si schierano con i francesi e allora il Moro si schiera con i turchi, nemici dei veneziani. I turchi entrano in Friuli, valicando l’Isonzo e il Tagliamento e vi saccheggiano dei villaggi, portandosi via centinaia di prigionieri, donne e bambini, che rivenderanno come schiavi. Leonardo dapprima resta a Milano e v’accoglie Luigi XII che vi entra trionfalmente il 6 ottobre 1499. Il re rimane incantato dalla Ultima Cena dipinta da Leonardo al punto di pensare di demolire il muro e portarselo in Francia.
Milano però è diventata pericolosa: i balestrieri guasconi usano la forma in creta a grandezza naturale del gran cavallo di Leonardo per far pratica di tiro e la distruggono.
Leonardo pensa bene di andarsene e a dicembre parte per Mantova con i propri allievi e con l’amico matematico Luca Pacioli. Si fermano da Isabella d’Este per qualche giorno e poi riprendono il cammino verso Venezia.
Siamo certi che Leonardo andò a Venezia dove restò per uno o due mesi, solo per via d’una conferma secondaria: una lettera del liutaio Lorenzo Gusnasco a Isabella d’Este e una sua noterella nel Codice Arundel, conservato a Londra: “Ricordo come a dì 8 di aprile 1503 io Leonardo da Vinci prestai a Vante miniatore ducati 4 d’oro in oro [...] Ricordo come nel sopradetto giorno io rendei a Salaì ducati 3 d’oro, i quali disse volersene fare un paio di calze rosate co’ sua fornimenti, e li restai a dare ducati 9, posto che lui ne de’ dare a me ducati 20, cioé 17 prestaili a Milano e 3 a Vinegia[...]”. Il Salai, Gian Giacomo Caprotti, fu il discepolo prediletto di Leonardo, un monello al quale il grande uomo non sapeva mai dir di no.  Questo è tutto!
Nel mese di febbraio del 1500 il Moro riprende Milano alla testa dei suoi mercenari ma riesce a tenerla solo per un mese e poi, tradito dagli svizzeri a Novara, vien portato in una gabbia di ferro sino a Loches, in Francia, dove morirà. Luca Pacioli conosceva molte persone importanti a Venezia e conoscendo la sua ammirazione per il genio toscano gliele avrà certamente presentate.
La scarsità delle notizie par quasi indicare che Leonardo Da Vinci sia stato impegnato in una missione segreta... e questo è possibile, poiché a quel tempo non era certo che Ludovico il Moro e la sua coalizione sarebbero usciti perdenti da quella guerra, e se avessero vinto a Leonardo avrebbero tolto la sua amatissima vigna, o peggio, accusandolo d’intelligenza con il nemico. Ma di che missione si trattava?
Possiamo farcene un’idea dal foglio 638° V del Codice Atlantico conservato presso alla biblioteca Ambrosiana di Milano e noto come Memorandum Ligny. E’ una pagina che mostra di essere stata più volte ripiegata e forse nascosta in una tasca, con un frammento mancante. Vi  troviamo sopra due abbozzi di lettere scritte di pugno di Leonardo e che paiono dirette al Senato Veneto. Riguardano degli studi per difendere il Friuli dagli assalti dei turchi. Infatti vi si parla di difese da costruire sull’Isonzo per contrastarli, ed è notevole il fatto che Leonardo avesse capito che la linea per contenerli era proprio quel fiume, infatti vi si dice, fra l’altro: “Illustrissimi signori, avendo io esaminato la qualità del fiume l’Isonzio, e da’ paesani inteso come per qualunque parte di terraferma...”.
Leonardo deve aver condotto un’ispezione sulle rive del Isonzo e parlato a chi ci abitava. Forse proponeva di farlo straripare per allagare il contado e impedire alla cavalleria turca di passare, poi passa a discutere di possibili sbarramenti fatti con delle palificazioni.
Esiste un’altra notazione di Leonardo che ci conferma nell’idea che effettivamente egli vi condusse un’ispezione e che propose delle modifiche difensive. Parliamo sempre del Codice Atlantico al foglio 822 v, che risale al 1508, dove ricorda certi suoi studi fatti in passato: parla di un sistema per il trasporto delle artiglierie studiato per Gradisca del Friuli: “ Bombarde da Lion a Vinegia col modo ch’io detti a Gradisca in Frigoli e in Ovinhie (Udine?)”. Più avanti troviamo uno schizzo sul quale annota: “Il ponte di Goritia” e “Vilpago (Wippach).”
Del sopralluogo di Leonardo non esiste traccia negli archivi veneziani, ma sappiamo che il 13 marzo 1500 il Senato veneto discusse d’inviare Giampaolo Manfron con una delegazione di tecnici in Friuli e che durante il dibattito Pietro Moro (patron de l’Arsenale) s’alzò e disse che conosceva ingegneri militari che potevano preparare dei piani adeguati. A Pietro Moro fu affiancato Angelo Barozzi, un esperto di fortificazioni.
Una loro prima relazione del 22 marzo chiedevano più soldati e più armi e il 3 aprile il Moro e il Barozzi rientravano a Venezia, dove presentavano le loro raccomandazioni al Senato della Serenissima.  E’ possibile che Pietro Moro dev’essersi portato dietro Leonardo per avere un parere tecnico alternativo a quello del Barozzi, che passava per essere un uomo testardo e dal carattere difficile.
Il timore d’una invasione turca scemò dopo il 13 aprile 1500 quando i francesi sconfissero e catturarono il Moro, ponendo termine alla guerra.
Nel mese di aprile del 1500 Leonardo e Luca Pacioli si trovano già a Firenze, e la missione segreta in Friuli è terminata. Leonardo, nel 1502, prende servizio come ingegnere generale di Cesare Borgia, ma poco appare nelle sue note di ciò che vi fece a livello bellico ed è solo grazie al suo amico e ammiratore Luca Pacioli che sappiamo che fu grazie a un suo intervento - che fu visto come prodigioso - che l’esercito del Borgia potè valicare un fiume che lo bloccava, ma di questo Leonardo non ne accenna neppure nei suoi scritti.

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Fri, 20 Nov 2015 15:01:07 +0100
Talenti italiani nel mondo: Verdiana Patacchini (Virdi) http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1417-talenti-italiani-nel-mondo-verdiana-petacchini-virdi http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1417-talenti-italiani-nel-mondo-verdiana-petacchini-virdi

ANDREA CARTENY, STEFANO PELAGGI - Giovane e capace di guardare oltre, anzi di mettere in discussione attraverso le sue opere la materialità dell’opera d’arte: è questo forse il paradigma con cui possiamo approcåciare un’artista, come Verdiana Patacchini, in arte Virdi, emergente in Italia e ormai affermata negli Stati Uniti e all’estero. Umbra di origine, romana e cosmopolita di adozione, dall’Accademia di Belle Arti e dall’insegnamento di Giuseppe Modica la giovane artista conosce, studia, assorbe gli elementi metodologici di destrutturazione della materia di Carlo Guarienti. Come i migliori allievi dimostra di interpretare l’opera di Guarienti per farla sua, per esprimere la propria identità e mettersi in gioco contaminandosi con gli ambienti più d’avanguardia, che osano di più, in primis New York. La sua pittura è figurazione dell’artista, evocazione nello spettatore, percezione del pubblico, che trascende la natura e ricostruisce una realtà riportata agli elementi materiali di base, primordiali.
Con questi strumenti, uniti a fascino e passione, Virdi è passata da un riconoscimento nazionale a premi internazionali: nel 2010 viene selezionata con altri artisti contemporanei per la mostra mercato “Project Paz”, in beneficenza della città di Juarez (Mexico), esponendo presso l’Industria Superstudio, a Manhattan (New York); selezionata da Alain Tapié nel 2011 partecipa alla 54^ Biennale Esposizione Internazionale d’arte di Venezia, al Padiglione Italia (Corderie dell’Arsenale), diretta da Vittorio Sgarbi; nel 2013 presso il Provenence Center Gallery di New London (Connecticut) prende parte alla collettiva “Italian Vibration”, a cura di Alessandro Berni, poi a ”Sexuality in contemporary society“, collettiva curata da Nadesha Mijoba; nel 2014 è tra i 20 artisti selezionati in Italia per il progetto Artists for Mediterraneo, all’interno del quale con l’evento “I volti della metafora” partecipa all’esposizione tenutasi alla Yacht Club Montecarlo Meeting Room di Quai Louis II, Principato di Monaco. Poi a riconoscimento della sua opera artistica per originalità e innovatività, nel 2015 è stata selezionata per il Clio Art Fair, iniziativa di Alessandro Berni per la valorizzazione di artisti emergenti, e ha vinto a New York una residency all'interno della grande comunità di Mana Contemporary, dove le è stato assegnano uno studio d'artista per alcuni mesi che si concluderanno con una mostra del progetto di lavoro svolto durante la residenza; inizierà il prossimo gennaio 2016.
Ha ricevuto riconoscimenti di prestigio, come il Premio Catel 2012 per l’opera “La Veronica”  inoltre, per quella naturale e altera compostezza, che che anima la matericità delle sue composizioni, la giovane Virdi interpreta ed esprime un nuovo sentimento moderno di interiorità che si sposa appieno con le nuove tendenze comunicazionali e di visual experience, tanto da contestualizzare  alcune sue opere come "La Medusa" e "La Danza” all’Art Cafè  di Roma, all’Hotel Relais di Piazza Navona e alla boutique Hotel The Corner, sempre nella Capitale.
Le abbiamo rivolto qualche domanda.

D- Virdi, da anni svolgi la tua attività artistica negli Stati Uniti, segnalandoti come una giovane italiana di talento che porta la propria cultura all’estero: sei nota per le tue tecniche molto originali, una “pittura materica” capace di lavorare materiali pesanti con acidi e fuoco.. come sei arrivata ad “osare” tanto?
R- Grazie innanzi tutto per questa bella presentazione. L'America l'ho vissuta per intero quest'ultimo anno, mi è piaciuto molto e ci tornerò da gennaio per la residency da Mana Contemporary, un'esperienza sulla quale conto molto.
Quando si comincia un'opera, l'idea iniziale riguarda sempre il soggetto. La seconda parte che è più significativa ancora, è la soluzione che trovi per trasformare quella immagine astratta in quadro. Lavorare la materia è per me anche una prassi e mi aiuta; segue o a volte anche precede l'idea iniziale. Dico che la precede perché le macchie, una superficie preparata in un certo modo, mi guidano. Dalla ricerca e dal caso trovo parte dell'ispirazione, un suggerimento ed è per questo che non parto mai da una tela o un foglio bianco; inoltre trovo in questi processi un risultato di estrema raffinatezza.
Un sorta di strategia direi, strategia del linguaggio con cui scelgo di esprimermi e per questo legame sono disposta a ripartire ogni volta da zero.
In fondo il soggetto è legato allo stile.

D- Le tue opere hanno una narrazione interna molto ricca, molteplice, capace di suggestioni e prospettive straordinarie, con quadri – come “La danza” – che richiamano le forme femminili di un André Derain a opere più chiaramente in linea con l’arte informale…: da cosa trai la tua ispirazione? Che letteratura, che musica ascolti?
R- Nel caso del quadro La Danza (del 2008) era nato da un tema che avevo scelto per svolgere una commissione, un dipinto che doveva ricoprire una grandissima superficie di un soffitto a cupola.
Bisognerebbe aprire un discorso a parte riguardo il valore della “commessa” nell'opera d'arte, prima era la committenza che dava agli artisti le occasioni per creare capolavori, oggi c'è più libertà ma non semplifica le cose. La commissione aiuta l'artista, ti permette di sperimentare di approcciarti a situazioni nuove. Io cerco sempre di trovare soluzioni che si possano adattare all'architettura di un luogo. Ad esempio a New York ho esposto in un bellissimo spazio di design italiano a Chelsea, GD cucine, ed ho creato una istallazione site specific che ho voluto chiamare Figures at the Windows, le opere erano concepite perché si affacciassero dalla vetrina sulla strada; sembravano delle sculture ma se entravi e le vedevi a 360 gradi capivi che erano dei disegni su carta.
Mi diverte fare una cosa e farla sembrare quello che non è. Anche in letteratura per rispondere alla tua domanda, mi attrae il visionario, il fantastico: Bestiario di Cortàzar o La Panne di Durrenmatt, Il Maestro e Margherita. Di recente mi è stato prestato Linea di Terra, un romanzo degli anni '90 di Rebulla, uno scrittore siciliano che ha fantasticato sul dipinto Il Trionfo della Morte di Palermo, di cui non si conosce l'autore, inventando che fosse stato dipinto da il Pisano e tutto ciò lo racconta attraverso la storia epistolare tra questo pittore costretto a lavorare sotto mentite spoglie e la sua amata. Bellissimo. Pure nella musica mi affascina il genio nelle melodie o il modo in cui certi cantanti riescono ad interpretare con tutta l'anima una canzone e li invidio molto, vorrei riuscire ad usare questa grinta viscerale su una tela.

D- A proposito di “italianità”: senti di proiettare nelle tue opere questa tua identità e individualità, oppure ti consideri davvero un’artista cosmopolita in un mondo globalizzato?
R- Molti leggono uno stile italiano nelle mie opere, hanno ragione, il riconoscere la mia provenienza mi fa sentire meno impreparata, ci tengo a questa identità e poi non puoi mentire a te stessa; quindi almeno per adesso è così.
Ogni opera poi è una esperienza, non ho nessuna presunzione di definire il mio lavoro, è tutto in divenire.
“Globalizzazione” proprio come parola non mi piace e definirmi cosmopolita lo trovo ridondante. Sicuramente viaggiare apre la mente e fa bene a tutti, qualsiasi mestiere uno faccia credo.Mi viene subito in mente tutta la pittura cinese, la cultura della porcellana, o l'arte, la scultura nera africana; cosa sarebbe pensata in un mondo globalizzato? Chi influenzerebbe chi?

D- L’elemento figurativo, o meglio la figurazione delle tue opere (che è anche “figur-azione”, vista l’importanza dell’azione demiurgica nella fase di creazione-realizzazione), racchiude sempre un importante elemento di espressione di tecniche forti, capaci di soluzioni tanto innovative quanto casuali nel loro risultato ultimo: ti chiederemmo se puoi articolarci, in questo senso, la tua evocativa frase “riconosco la tela nella carta, nell'acciaio, nel ferro e i colori negli acidi…”
R- Tutto quello che abbiamo davanti agli occhi è figurazione, i pensieri hanno una forma, i ricordi hanno una forma e quello che sogniamo, quindi è difficile evitare la figurazione. Aspiro ad avere una immaginazione molto forte, una sorta di esorcizzazione della realtà ed a tradurre questo in pittura. A questo punto ha molta importanza il funzionamento estetico e i mezzi per raggiungerlo (che sia la carta, il ferro, la tela, la superficie di un muro..).
Evito la lezione concettuale.
Una volta Enzo Cucchi ha detto che non si può arrivare alla pittura per vie concettuali e che la considera una posizione Naif! Sono sicura che fosse una provocazione, ci sono artisti concettuali di una forza disarmante ma sono d'accordo, in fondo la pittura è di per se un concetto e molto serio. Per questo credo anche che anche la componente dell'ironia in un dipinto sia sempre importante.
Lavorare e lavorare penso sia l'unica soluzione.

D- Come vedi il futuro di un’artista italiano all’estero e la sua opportunità di essere un elemento di sprovincializzazione della cultura italiana? Ti senti in questo senso un “ambasciatore” della creatività’ e dell’arte italiana nel mondo?
R-No, come potrei sentirmi tale. Mi ritengo privilegiata per l'opportunità di aver messo un piede in America, è una cultura veloce, pragmatica, positiva e abituata anche alla quantità oltre che alla qualità. Penso anche che le difficoltà che la nostra generazione ha incontrato e sta incontrando in Italia, scaturino una sorta di scrematura se mi si passa il termine, così che si rischia di avere una qualità maggiore. L'Italia ha il dovere e il diritto di restare ad essere il Paese straordinario quale è e in questo ci credo fortemente e noi dobbiamo usare tutta l'energia di cui disponiamo.

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Wed, 23 Sep 2015 09:10:21 +0200
Talenti italiani internazionali: Brigitta Rossetti http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1354-talenti-italiani-internazionali-brigitta-rossetti http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1354-talenti-italiani-internazionali-brigitta-rossetti

ANDREA CARTENY - In occasione della personale inaugurata il 28 aprile fino al 17 maggio con il titolo “Effetti personali”, curata da Ivan Quaroni e ospitata presso lo Bipielle Arte di Lodi in collaborazione con Barbara Paci Galleria d’Arte, incontriamo la giovane Brigitta Rossetti, piacentina, poetessa e pittrice, artista poliedrica di proiezione internazionale. Contaminata da esperienze e workshop con artisti di differente provenienza e filosofia – il tedesco Peter Keizer, i cinesi Zhou Brothers, la polacca Anna Konik, la tedesca Asta Gröting – matura all’estero, negli Stati Uniti, un proprio percorso creativo che la porta nel 2012 ad esporre le sue opere alla 33 Contemporary Art Gallery di Chicago, poi a Taiwan, negli spazi della Bluerider Art Gallery di Taipei.Ora presenta 60 opere, dipinti, istallazioni, video, frutto della necessità di espressione autobiografica modulato coniugando il linguaggio della natura con evocazioni culturali.  Scrive di lei Ivan Quaroni. "Quello di Brigitta Rossetti è un approccio che matura a partire da un fatto biografico: il suo studio è collocato all’interno di un ex fienile adattato ad abitazione ed è immerso nella campagna piacentina… Il paesaggio, con la sua infinita varietà di forme, fornisce quindi un perimetro naturale alle sue riflessioni estetiche. Ciò che vede ogni giorno non influenza solo la sua percezione della realtà, ma irrompe prepotentemente anche nel suo modo di lavorare, tramite l’utilizzo di materiali organici, manufatti di recupero e oggetti d’uso domestico… La ricerca di Brigitta Rossetti nasce, infatti, all’incrocio tra la dimensione prosaica del quotidiano, fatta di gesti, abitudini (e anche strumenti) semplici, e la prospettiva, insieme lirica e titanica, di una ricostruzione dei valori fondamentali dell’uomo, nella cornice di una società che sembra, invece, procedere speditamente in una direzione contraria all’ordine naturale.” Più in particolare, della sua opera Crossing,
Le rivolgiamo alcune domande:

D - Una giovane artista capace di proiettare la propria cultura più profonda, legata alla terra e alla natura, attraverso l’impiego di materiali e oggetti della quotidianità lancia con la propria arte un messaggio intimo e personale: in qual modo un’artista contemporanea riesce a conciliare l’eredità di semplici modalità di vita con la complessità tecnologica del mondo odierno? 
R - Attraverso le mie opere, cerco di indagare i complessi rapporti di corrispondenza tra l’uomo e l’ambiente. Rapporti che, per inciso, sembrano aver raggiunto una pericolosa condizione di degrado e squilibrio. Di me e del mio lavoro “Crossing”, Ivan Quaroni ha sottolineato come sia l’immagine più eloquente dello stato di squilibrio della civiltà contemporanea. Si tratta di un’installazione composta di due elementi, una scultura da parete, realizzata con tubi di cartone destinati alla discarica e la proiezione di un video girato per le strade di Taiwan. L’organo, un rimando alla tradizione della musica sacra, da un lato richiama l’insieme dei suoni che accompagnano la preghiera e la contemplazione, dall’altro evoca il ricordo ancestrale di una vita scandita da tempi lenti." È il silenzio degli spazi in cui lavoro in mezzo alla campagna che rimanda ad antiche abitudini come i racconti serali, le preghiere attorno a un sacello, le benedizioni alla terra, al sole, alla pioggia, memorie che m’inducono ad aggiungere nelle opere materiali naturali, fiori, foglie, tronchi, farfalle ed altri elementi organici.

D - Nel suo percorso artistico risultano di grande impatto emozionale non solo la pittura ma anche le sculture e le istallazioni che elaborano elementi naturali e culturali.. 'Proprio la pittura, sovente contaminata con la scultura e con l’installazione, secondo una prospettiva di estensione del suo potenziale espressivo nell’ambito tridimensionale - e in un certo senso “abitabile” dell’environment - costituisce il filo conduttore della ricerca dell’artista.('Ivan Quaroni ) dove natura e cultura coesistano in uno spazio senza delimitazioni. È possibile secondo lei esprimere nell’arte di oggi una reale sintesi della dualità natura/cultura?
R - Protagonisti  della mostra sono gli 'oggetti' in stretta simbiosi con l ' arte, oggetti dimenticati e inutili, trovati per caso, oggetti della memoria, oggetti culturali, reinventati, di cui non potevo fare a meno , che perdono qui  la loro fisionomia e funzione originaria, intendo appunto Effetti  Personali.
Mi riferisco a libri dell'infanzia, vecchi quotidiani, setacci, vecchie bilance, ampolle di vetro, scale, vecchie pagine antiche, rami degli alberi caduti, terra e foglie. Ora la tela si fa Campo Arato, posta alla fine di una stradina di terra dove seguono vecchi aratri manuali, ora setacci bucati e in disuso diventano pianeti dipinti con acrilico sulla rete metallica nell’installazione Avanti, sempre dritto, gira a destra, e pagine di libri vecchi, assemblate diventano il tetto di una palafitta in  La casetta del poeta....

D - Lei che è ormai affermata non solo in Italia ma a livello internazionale, quanto si porta dietro della sua cultura di origine e come percepisce l’accoglienza della sua italianità, come “italiano nel mondo”, nelle culture americane o asiatiche?
R - Diciamo che mi sto affermando gradualmente ora  sia in Italia, collaboro con la Galleria Barbara Paci di Pietrasanta sia all' estero soprattutto in Asia con la Galleria Bluerider Art di Taiwan.  All' estero l' italiano trova terreno fertile per dare spazio alla creatività e realizzare progetti anche con un sostegno economico. Si da fiducia a professionalità e ovviamente si chiede molto  in ambito di lavoro. Lo scambio è pari ed incoraggiante.  Sto facendo attualmente la fiera Formosa Art Show in Asia e lo scorso anno ho partecipato a 10 fiere tra cui la fiera di Shanghai ed Art Korea.

D - La personale di Lodi sta riscuotendo successo di visite e di critica: a quando gli “effetti personali” di Brigitta Rossetti torneranno all’estero?
R - Alcuni Effetti Personali  resteranno in Italia nel fienile in cui lavoro, nel mio spazio espositivo, alcune opere saranno invece esposte  nella galleria Barbara Paci di Pietrasanta e prenderanno parte alla Fiera di Istambul nel 2015.

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Sun, 10 May 2015 14:20:14 +0200
La nuova uscita della Collana Italia nel Mondo “Italiani in Movimento. Ripensare l’emigrazione italiana in Argentina” http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1329-la-nuova-uscita-della-collana-italia-nel-mondo-italiani-in-movimento-ripensare-l-emigrazione-italiana-in-argentina http://lnx.litaliano.it/index.php/cultura/notizie/1329-la-nuova-uscita-della-collana-italia-nel-mondo-italiani-in-movimento-ripensare-l-emigrazione-italiana-in-argentina

Un nuovo e importante contributo nello studio dell’emigrazione italiana in Argentina, analizzata da Elena Ambrosetti e Donatella Strangio da una prospettiva economica e demografica.
STEFANO PELAGGI - Il lavoro di Elena Ambrosetti e Donatella Strangio è un contributo economico-demografico ad un tema, quello dell’emigrazione italiana in Argentina, dai mille volti e che ha impegnato e impegna molti studiosi. La ricerca rappresenta un importante interpretazione del fenomeno migratorio italiano in Argentina alla luce dei recenti sviluppi globali, dalla crisi economica di Buenos Aires alla congiuntura negativa globale degli scorsi anni. Il continuo mutare del contesto internazionale e il nuovo mo¬dello socio economico che si sta delineando in questi ultimi anni, a seguito della crisi del 2008, cambia continuamente le caratteristiche del movimento migratorio e le politiche adottate per affrontarlo.

Il volume può essere divisi in due parti ben distinte, la prima in cui si analizza la cosiddetta emigrazione storica, ossia i flussi migratori italiani diretti in Argentina fino ai primi anni settanta del novecento. La peculiarità dello studio della Ambrosetti e della Strangio, rispetto ad un argomento ampiamente trattato in molti saggi, consiste in una rigorosa analisi demografica dei flussi unita ad una interpretazione di carattere economico-sociale. Una prospettiva inedita nel campo dello studio dell’emigrazione italiana che ha finora prevalentemente privilegiato analisi di tipo storico. Il capitolo dedicato alle istituzioni sottolinea la valenza degli accordi interstatali e il ruolo dell’Italia e dell’Argentina nel alimentare e fomentare i flussi migratori tra i due paesi. A riprova della necessità di una interpretazione della emigrazione verso l’Argentina all’interno del quadro delle relazioni tra Roma e Buenos Aires, in contrapposizione ad una visione di un movimento spontaneo e autonomo dai paesi italiani verso il Sud America.

Il volume si sofferma nella seconda parte sulle conseguenze della crisi argentina del 2001, i flussi verso l’Europa sono aumentati e l’emigrazione di ritorno verso l’Italia costituisce un elemento di novità. Anche in questo caso le politiche italiane non hanno probabilmente favorito l’ingresso di una emigrazione qualificata dall’Argentina, la maggioranza dei flussi si è rivolta alla Spagna. Attraverso un approccio divulgativo, ma allo stesso tem¬po scientifico, il volume contribuisce, inoltre, a non dimen¬ticare il sacrificio di tanti italiani ed anche a comprendere maggiormente la nostra storia. Le novità di questo lavoro possono individuarsi in tre aspetti. Nell’ottica di lungo pe-riodo, che va dalla fine del diciannovesimo secolo fino ai giorni nostri, per mostrare come il movimento migratorio, sullo sfon¬do dei cambiamenti politici ed economici di due territori così lontani e diversi, ab¬bia unito e confuso diverse popolazioni. Il secondo è il lega¬me fra sviluppo eco-nomico e movimento migratorio, mentre il terzo è nelle istituzioni, il loro ruolo e il loro impatto sul trend migratorio.

Elena Ambrosetti e Donatella Strangio, Italiani in movimento. Ripensare l’emigrazione italiana in Argentina, Roma, Edizioni Nuova Cultura, 2015 (Collana di studi Storici e sociali sull’emigrazione e gli italiani nel Mondo).

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gianluigi.ferretti@gmail.com (Super User) Notizie Fri, 17 Apr 2015 18:39:27 +0200