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Last updateLun, 02 Apr 2018 11pm

Mostra nei Rifugi di Via Roma a Colleferro

Pensierino della sera: quando tornerò a giocare in giardino?

Le luci e le ombre del ricordo. L’immaginazione sotterranea dell’arte contemporanea
Giancarlo Cecchetti - Da una porticina anonima, grigiastra, si scendono le scale e una nuova dimensione ti avvolge in un turbinio di emozioni: inizi a respirare la Storia, o  meglio, le storie delle persone che hanno vissuto  l’esperienza traumatica dei Rifugi di Via Roma a Colleferro. I dati raccolti, le informazioni, sono schegge di pensieri che si concretizzano in sensazioni vivide, in immagini potenti con tutte le sfumature e le tonalità della concretezza della vita. Di conseguenza, la prima riflessione è segnata dall’empatia,  la commozione, per la sofferenza della popolazione costretta dagli avvenimenti bellici della II Seconda Guerra Mondiale a trovare riparo in questi cunicoli.
Scavati negli anni ’20 del secolo scorso,  ne ricavarono la pozzolana usata per l’edificazione dei quartieri per gli operai e per gli impiegati della fabbrica B.P.D.; tornarono utili come ricovero durante gli allarmi aerei. All’inizio l’uso fu sporadico e limitato fino al cessato pericolo, ma nel ‘44, con l’avanzata delle forze alleate e la conseguente intensificazione dello scontro bellico, divenne  una scelta obbligata per i cittadini trasferirsi nei rifugi fino alla liberazione del ’45.
Nell’arco dei dodici mesi i rifugi si trasformarono in una vera città sotterranea (si stima che vi trovarono alloggio circa 1.500 persone) con tanto di anagrafe, cappella religiosa , sala da ballo, infermeria e sala parto, osteria e un mercatino. Quell’esperienza, dai seguiti umani peculiari,  in qualche modo andava rivisitata e riportata, non solo metaforicamente, di nuovo alla luce.
Sono partito da queste premesse per tracciare un tema che valorizzasse la memoria di quel luogo, proponendo all’Amministrazione  del Comune di Colleferro una mostra d’Arte Contemporanea con il proposito di non disperdere il valore e il significato di quella vicenda.
Un compito arduo, ma allo stesso tempo appassionante, perché l’interrogativo era: come può  l’Arte Contemporanea con tutte le sue tecniche, teorie, sperimentazioni  trovare la giusta modalità  per lo scopo?  Alla fine la soluzione è stata  delineare un tema che fosse   segnato proprio dall’empatia, ossia identificarsi con i protagonisti e indagare  i risvolti del ricordo,  preferendo un taglio esistenzialista, riflessivo, sul vissuto individuale, come enunciato dal sottotitolo della mostra: “Le luci e le ombre della memoria”.
Il successivo passaggio è stato selezionare e invitare gli artisti a misurarsi con il significato profondo di cui il luogo è portatore e a dare il proprio contributo al progetto. Sorprendente  è stata la risposta entusiasta dei colleghi interpellati, dando forza e sostegno alla riuscita dell’operazione, proponendo  opere che, nella loro singolarità stilistica, offrono una panoramica intrigante del tema.  Nella maggioranza dei casi sono state pensate e realizzate per il luogo stesso (nel gergo  critico-artistico site specific), in altri casi riadattamenti di opere precedenti (e ciò palesa l’interesse dell’arte per le tematiche della memoria e del ricordo).  Queste note  non vogliono assolutamente sovrapporsi alla fruizione dal vivo delle opere stesse e tantomeno “spiegarle”, ma affiancarle per sviluppare un discorso, una narrazione,  che raccordi tra esse le individuali argomentazioni espresse nelle opere visive presentate e ne descriva con semplicità i concetti.  Iniziando il percorso dell’esposizione, la prima connessione  evidente  è tra  l’opera di Marilena Vita, “Ultima cena”, un lavoro fotografico colmo di rimandi malinconici con sfumature tragiche pur nella vivacità dei colori, e l’installazione di Valter Vari, un rigoroso lavoro di composizione con piatti  d’acciaio riempiti di pigmenti colorati che lascia aperte svariate interpretazioni  della stessa con  tonalità tragiche, tanto da essere intitolata: “L’ultima………..”.  Proseguendo, la stessa  sfumatura tragica la si ritrova nelle foto di Pina Inferrera,  caratterizzate da una oscurità emotiva realista che non da adito a fraintendimenti. La caratterizzazione “realista” la incontriamo anche nell’opera “Confessione” di Alessio Paolone, un confessionale con all’interno un volto (una maschera) che nella sua rigidità formale diventa simbolo della raccolta di speranze e inquietudini, quasi una preghiera  per essere ascoltati. Il concetto dell’ascolto rimanda all’installazione in ceramica di Debora Mondovì, intitolata: “Voci silenziose dal sottosuolo”, una sorta di “vasi” cuneiformi  che raccolgono le testimonianze di chi non vuole essere dimenticato.  L’esigenza di narrare, di raccontarsi,  si manifesta nella singolarità del lavoro di Fabio Fontana: “Racconto  di Concettina” e “Racconto di un uomo”, dove la testimonianza, realizzata con la scrittura stessa, forma i volti dei protagonisti con tutte le “tracce” e i “segni” dell’esistenza.  A questa ponderosità esistenziale,  sembra fare da contrappeso la vivace installazione, KalhyBelloxi (lavoro a quattro mani di Claudia Bellocchi e Carlos Mendes de Faisca), dal titolo “Parlami d’amore Mariù”. L’installazione dinamica interagisce con lo spettatore ricorrendo ad elementi visivi e sonori che reinterpretano le emozioni di una sala da ballo in un rifugio antiaereo;  luci ed ombre si alternano cosi come la leggerezza della danza che tende a librarsi oltre il buio dell’angoscia. Questo acceso cromatismo rimanda per affinità alla mia installazione “Pensierino della sera: quando tornerò a giocare in giardino?”, che vuole esprime la perdita dell’ innocenza di un bambino schiacciato dall’insensatezza della guerra e dalla follia degli uomini. Proseguendo la linea che privilegia la vivacità del colore si giunge all’opera di Ester Hueting  che con “La città e il suo doppio: genesi di un ricordo” tratteggia con rapide pennellate e sgocciolature la nascita di una memoria con tutte le implicazioni simboliche legate al concetto di città come “contenitore”   della comunità.
Il  concetto di comunità  richiama l’installazione di Giorgio Fiume:  “Una sola moltitudine” , opera del 1997 qui riproposta e rielaborata su plastica trasparente, che con il suo grafismo essenziale su plastica delinea un insieme di figure meta-umane, espressione animica di ricordi/anime/corpi che aleggiano nell’inquieta memoria delle gallerie. Continuando ancora sul tema della pluralità e della comunità, spicca,  nella sua essenza compositiva,  “ Senza Passi” di Venera Finocchiaro , un racconto in garza e gesso di un cammino involontariamente penitente, fatto di passi senza orme di esperienze ignorate nel tempo.  L’inevitabilità della Storia che condiziona ognuno di noi,  rimanda all’installazione di Isabella Nurigiani “Rapsodie mnemoniche”, dove i  frammenti  documentari (foto di avvenimenti storici ) sono letteralmente  “ingabbiati” quasi a sottolineare , a costringere l’individuo a non disperdere  e a ritrovare il senso del vivere nel rammentare.
L’uso delle foto ritorna  nell’installazione “Residui di memorie” di  Antonella Aversa che già nel titolo sottolinea l’idea del residuo di esistenze spezzate, travolte, dagli eventi di cui sono rimasti solo  frammenti, esemplificati dagli abiti pietrificati in un passato che non riesce a elaborare una nuova realtà. L’utilizzo di abiti rimanda immediatamente all’installazione di Pasquale Pazzaglia, “Anime”, che con un’illuminazione particolare alleggerisce  il ricordo nella sua essenzialità vaporosa, eterea.
La  trasfigurazione dell’esperienza del ricordo trova una corrispondenza nell’installazione  “Tracce di luci” di Marina Buening  che con uno stile minimal e l’uso di un dispositivo interattivo,   realizza un’opera di luce  quasi  stellare, come traccia del vissuto e presenza indelebile trasformata in  energia luminosa.
Il tema della luce ritorna nell’opera  “Luce 2014” di Catia Briganti, un’installazione di opere precedenti, unificate in un ritmo anche questo di purificazione e smaterializzazione dell’esperienza, nei giochi di luce derivati dall’uso  dei vari materiali . L’esigenza di purificazione, di andare oltre la contingenza, la ritroviamo nell’installazione di Virginia Monteverde che con il titolo “Catarsi” denuncia l’esigenza di elaborare la sofferenza, reinterpretando la Pietà di Michelangelo, nel suo stile “liquido”, quale simbolo culturale della comunità, di apertura all’altro.
Conclude in modo inequivocabile il discorso Luisa Mazza che con le sue semisfere di varie dimensioni e il suo stile minimale simboleggia un’umanità avviata verso un orizzonte di speranza : “Verso la vita”. Tirando i fili di questi appunti, emergono due linee d’azione che con varie sfumature hanno “rivisitato” e interpretato,   con la propria sensibilità e tecnica, la traccia tematica del “sogno e l’incubo” .
In sintesi, in questi appunti si evidenziano, nella traccia tematica, due linee d’azione che tra “il sogno e l’incubo” hanno rivisitato, interpretato e teatralizzato in qualche modo il luogo, recuperando esperienze storico-umane ormai disperse nell’oblio, perché se è vero che dal passato possiamo trarre indicazioni per il futuro, altrettanto è solo nella visione dell’opera nel presente che la forza del simbolo custodito nell’immagine dispiega tutto il suo potenziale immaginativo, ecco quindi il significante del titolo: Immaginazioni dal sottosuolo.
E’ in questa occasione, attraverso la comunicazione visiva nella concretezza dei materiali eterogenei della ricerca artistica, nel confronto e la coralità delle esperienze intellettuali e sociali degli Artisti e delle loro opere, che l’Arte Contemporanea ritrova la sua vocazione d’impegno civile verso la comunità: ridare voce alle persone che hanno subito sofferenze e ingiustizie, sensibillizzare per non dimenticare affinchè la malvagità dell’uomo scompaia dal nostro orizzonte di vita.

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