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Talenti italiani nel mondo: Verdiana Patacchini (Virdi)

ANDREA CARTENY, STEFANO PELAGGI - Giovane e capace di guardare oltre, anzi di mettere in discussione attraverso le sue opere la materialità dell’opera d’arte: è questo forse il paradigma con cui possiamo approcåciare un’artista, come Verdiana Patacchini, in arte Virdi, emergente in Italia e ormai affermata negli Stati Uniti e all’estero. Umbra di origine, romana e cosmopolita di adozione, dall’Accademia di Belle Arti e dall’insegnamento di Giuseppe Modica la giovane artista conosce, studia, assorbe gli elementi metodologici di destrutturazione della materia di Carlo Guarienti. Come i migliori allievi dimostra di interpretare l’opera di Guarienti per farla sua, per esprimere la propria identità e mettersi in gioco contaminandosi con gli ambienti più d’avanguardia, che osano di più, in primis New York. La sua pittura è figurazione dell’artista, evocazione nello spettatore, percezione del pubblico, che trascende la natura e ricostruisce una realtà riportata agli elementi materiali di base, primordiali.
Con questi strumenti, uniti a fascino e passione, Virdi è passata da un riconoscimento nazionale a premi internazionali: nel 2010 viene selezionata con altri artisti contemporanei per la mostra mercato “Project Paz”, in beneficenza della città di Juarez (Mexico), esponendo presso l’Industria Superstudio, a Manhattan (New York); selezionata da Alain Tapié nel 2011 partecipa alla 54^ Biennale Esposizione Internazionale d’arte di Venezia, al Padiglione Italia (Corderie dell’Arsenale), diretta da Vittorio Sgarbi; nel 2013 presso il Provenence Center Gallery di New London (Connecticut) prende parte alla collettiva “Italian Vibration”, a cura di Alessandro Berni, poi a ”Sexuality in contemporary society“, collettiva curata da Nadesha Mijoba; nel 2014 è tra i 20 artisti selezionati in Italia per il progetto Artists for Mediterraneo, all’interno del quale con l’evento “I volti della metafora” partecipa all’esposizione tenutasi alla Yacht Club Montecarlo Meeting Room di Quai Louis II, Principato di Monaco. Poi a riconoscimento della sua opera artistica per originalità e innovatività, nel 2015 è stata selezionata per il Clio Art Fair, iniziativa di Alessandro Berni per la valorizzazione di artisti emergenti, e ha vinto a New York una residency all'interno della grande comunità di Mana Contemporary, dove le è stato assegnano uno studio d'artista per alcuni mesi che si concluderanno con una mostra del progetto di lavoro svolto durante la residenza; inizierà il prossimo gennaio 2016.
Ha ricevuto riconoscimenti di prestigio, come il Premio Catel 2012 per l’opera “La Veronica”  inoltre, per quella naturale e altera compostezza, che che anima la matericità delle sue composizioni, la giovane Virdi interpreta ed esprime un nuovo sentimento moderno di interiorità che si sposa appieno con le nuove tendenze comunicazionali e di visual experience, tanto da contestualizzare  alcune sue opere come "La Medusa" e "La Danza” all’Art Cafè  di Roma, all’Hotel Relais di Piazza Navona e alla boutique Hotel The Corner, sempre nella Capitale.
Le abbiamo rivolto qualche domanda.

D- Virdi, da anni svolgi la tua attività artistica negli Stati Uniti, segnalandoti come una giovane italiana di talento che porta la propria cultura all’estero: sei nota per le tue tecniche molto originali, una “pittura materica” capace di lavorare materiali pesanti con acidi e fuoco.. come sei arrivata ad “osare” tanto?
R- Grazie innanzi tutto per questa bella presentazione. L'America l'ho vissuta per intero quest'ultimo anno, mi è piaciuto molto e ci tornerò da gennaio per la residency da Mana Contemporary, un'esperienza sulla quale conto molto.
Quando si comincia un'opera, l'idea iniziale riguarda sempre il soggetto. La seconda parte che è più significativa ancora, è la soluzione che trovi per trasformare quella immagine astratta in quadro. Lavorare la materia è per me anche una prassi e mi aiuta; segue o a volte anche precede l'idea iniziale. Dico che la precede perché le macchie, una superficie preparata in un certo modo, mi guidano. Dalla ricerca e dal caso trovo parte dell'ispirazione, un suggerimento ed è per questo che non parto mai da una tela o un foglio bianco; inoltre trovo in questi processi un risultato di estrema raffinatezza.
Un sorta di strategia direi, strategia del linguaggio con cui scelgo di esprimermi e per questo legame sono disposta a ripartire ogni volta da zero.
In fondo il soggetto è legato allo stile.

D- Le tue opere hanno una narrazione interna molto ricca, molteplice, capace di suggestioni e prospettive straordinarie, con quadri – come “La danza” – che richiamano le forme femminili di un André Derain a opere più chiaramente in linea con l’arte informale…: da cosa trai la tua ispirazione? Che letteratura, che musica ascolti?
R- Nel caso del quadro La Danza (del 2008) era nato da un tema che avevo scelto per svolgere una commissione, un dipinto che doveva ricoprire una grandissima superficie di un soffitto a cupola.
Bisognerebbe aprire un discorso a parte riguardo il valore della “commessa” nell'opera d'arte, prima era la committenza che dava agli artisti le occasioni per creare capolavori, oggi c'è più libertà ma non semplifica le cose. La commissione aiuta l'artista, ti permette di sperimentare di approcciarti a situazioni nuove. Io cerco sempre di trovare soluzioni che si possano adattare all'architettura di un luogo. Ad esempio a New York ho esposto in un bellissimo spazio di design italiano a Chelsea, GD cucine, ed ho creato una istallazione site specific che ho voluto chiamare Figures at the Windows, le opere erano concepite perché si affacciassero dalla vetrina sulla strada; sembravano delle sculture ma se entravi e le vedevi a 360 gradi capivi che erano dei disegni su carta.
Mi diverte fare una cosa e farla sembrare quello che non è. Anche in letteratura per rispondere alla tua domanda, mi attrae il visionario, il fantastico: Bestiario di Cortàzar o La Panne di Durrenmatt, Il Maestro e Margherita. Di recente mi è stato prestato Linea di Terra, un romanzo degli anni '90 di Rebulla, uno scrittore siciliano che ha fantasticato sul dipinto Il Trionfo della Morte di Palermo, di cui non si conosce l'autore, inventando che fosse stato dipinto da il Pisano e tutto ciò lo racconta attraverso la storia epistolare tra questo pittore costretto a lavorare sotto mentite spoglie e la sua amata. Bellissimo. Pure nella musica mi affascina il genio nelle melodie o il modo in cui certi cantanti riescono ad interpretare con tutta l'anima una canzone e li invidio molto, vorrei riuscire ad usare questa grinta viscerale su una tela.

D- A proposito di “italianità”: senti di proiettare nelle tue opere questa tua identità e individualità, oppure ti consideri davvero un’artista cosmopolita in un mondo globalizzato?
R- Molti leggono uno stile italiano nelle mie opere, hanno ragione, il riconoscere la mia provenienza mi fa sentire meno impreparata, ci tengo a questa identità e poi non puoi mentire a te stessa; quindi almeno per adesso è così.
Ogni opera poi è una esperienza, non ho nessuna presunzione di definire il mio lavoro, è tutto in divenire.
“Globalizzazione” proprio come parola non mi piace e definirmi cosmopolita lo trovo ridondante. Sicuramente viaggiare apre la mente e fa bene a tutti, qualsiasi mestiere uno faccia credo.Mi viene subito in mente tutta la pittura cinese, la cultura della porcellana, o l'arte, la scultura nera africana; cosa sarebbe pensata in un mondo globalizzato? Chi influenzerebbe chi?

D- L’elemento figurativo, o meglio la figurazione delle tue opere (che è anche “figur-azione”, vista l’importanza dell’azione demiurgica nella fase di creazione-realizzazione), racchiude sempre un importante elemento di espressione di tecniche forti, capaci di soluzioni tanto innovative quanto casuali nel loro risultato ultimo: ti chiederemmo se puoi articolarci, in questo senso, la tua evocativa frase “riconosco la tela nella carta, nell'acciaio, nel ferro e i colori negli acidi…”
R- Tutto quello che abbiamo davanti agli occhi è figurazione, i pensieri hanno una forma, i ricordi hanno una forma e quello che sogniamo, quindi è difficile evitare la figurazione. Aspiro ad avere una immaginazione molto forte, una sorta di esorcizzazione della realtà ed a tradurre questo in pittura. A questo punto ha molta importanza il funzionamento estetico e i mezzi per raggiungerlo (che sia la carta, il ferro, la tela, la superficie di un muro..).
Evito la lezione concettuale.
Una volta Enzo Cucchi ha detto che non si può arrivare alla pittura per vie concettuali e che la considera una posizione Naif! Sono sicura che fosse una provocazione, ci sono artisti concettuali di una forza disarmante ma sono d'accordo, in fondo la pittura è di per se un concetto e molto serio. Per questo credo anche che anche la componente dell'ironia in un dipinto sia sempre importante.
Lavorare e lavorare penso sia l'unica soluzione.

D- Come vedi il futuro di un’artista italiano all’estero e la sua opportunità di essere un elemento di sprovincializzazione della cultura italiana? Ti senti in questo senso un “ambasciatore” della creatività’ e dell’arte italiana nel mondo?
R-No, come potrei sentirmi tale. Mi ritengo privilegiata per l'opportunità di aver messo un piede in America, è una cultura veloce, pragmatica, positiva e abituata anche alla quantità oltre che alla qualità. Penso anche che le difficoltà che la nostra generazione ha incontrato e sta incontrando in Italia, scaturino una sorta di scrematura se mi si passa il termine, così che si rischia di avere una qualità maggiore. L'Italia ha il dovere e il diritto di restare ad essere il Paese straordinario quale è e in questo ci credo fortemente e noi dobbiamo usare tutta l'energia di cui disponiamo.

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