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Italiani e giapponesi, il racconto di una passione

Il diplomatico Mario Vattani presenta il romanzo "Il Fiume di Fuoco e di Profumo"
Per rafforzare la sua posizione in Asia e dare un carattere speciale alle sue relazioni con paesi come il Giappone, l'Italia dovrebbe “ricordare” quanto ha saputo fare nel passato. È anche questo il messaggio de “Il Fiume di Fuoco e di Profumo”, il romanzo di Mario Vattani che verrà pubblicato per ora solo in Giappone. Nel libro l’avventura personale del protagonista si proietta sullo sfondo dei rapporti tra l’Italia e il paese del Sol Levante, in un periodo – dal 1866 al 1945 - molto particolare per le due nazioni e per il mondo intero.

Qual è il tema centrale del libro e il suo messaggio?
"Ho voluto sviluppare il romanzo su due livelli. C’è quello personale, un viaggio che è quasi un percorso iniziatico attraverso il Giappone, le sue divinità e la sua storia. Il cammino di liberazione attraverso lo sforzo e la disciplina è un tema che nella mia vita ho tentato di sviluppare in varie forme. Solo che stavolta l’avventura umana si svolge sullo schermo magico dei rapporti tra Italia e Giappone. Quindi come nel teatro 'Noh', esiste un secondo livello in cui i protagonisti non sono solo le persone, ma anche le cose, che assumono una loro vitalità ed esprimono i loro ricordi".

Perché fermarsi al 1945?
"Ho scelto come sfondo il periodo su cui si concentra la mia ricerca presso l’Università di Tokyo. Ho constatato che tra il 1866 e il 1945 si è sviluppata tra i due paesi una vera e propria passione, di cui la parte finale, quella dell’alleanza e poi del conflitto mondiale, è solamente una tragica conclusione, non il logico risultato. Un’alleanza è politica e militare, quindi limitata. Invece la passione per l’arte e per la cultura è infinita. Penso che quella passione dei primi anni vada raccontata, ai giapponesi e agli italiani".

Ma dopo il 1945, il nuovo sistema di alleanze ha portato a un lungo periodo caratterizzato da una visione a blocchi. Oggi dove si sta andando?
"Gli equilibri e i rapporti di forza cambiano sempre, ed è auspicabile che un paese sappia muoversi in quel contesto fluido senza dogmi o pregiudizi. Sempre con una chiara percezione di quali siano gli interessi nazionali, e quindi gli 'alleati naturali'. Oggi l’Occidente si trova a fare i conti con il forte protagonismo delle grandi potenze economiche dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, e poi con le migrazioni, i problemi dell’ambiente. Ma in fondo non c’è nulla di nuovo".

Come arriva a questa conclusione?
"Il tema su cui mi sto concentrando in questi mesi, anche se storico, è anche molto attuale. Gli effetti che la schiacciante vittoria nipponica sui russi nel 1905 ha avuto sui movimenti anti-colonialisti di tutto il mondo, sono stati dirompenti. E’ da allora che la tipica visione “a stella” dei rapporti internazionali, per la quale l’Europa intratteneva una serie di relazioni bilaterali 'ineguali' con i singoli paesi non-occidentali, ha iniziato a fare acqua. Da quel momento si sono moltiplicati i contatti diretti tra i paesi dell’Oriente, in funzione anti-coloniale. Si è sognata una visione non occidentale della modernità. Da questo punto di vista, il conflitto conclusosi nel 1945, quello che i giapponesi chiamano la guerra del pacifico, è solo una fase del più ampio processo di decolonizzazione. In fondo, vista da Oriente, la situazione attuale è una fase ancora successiva. Per questo bisogna guardare a come nel passato l’Italia, pur essendo un paese europeo, ha saputo giocare le sue carte".

Saprebbe farlo anche adesso?
"L’Italia unita ha fatto il suo ingresso sulla scena internazionale quasi esattamente nello stesso momento del Giappone, negli anni ’60 dell’Ottocento, e da lì in poi ha saputo sviluppare verso il Giappone una posizione diversa, in un certo senso più evoluta di quella degli altri grandi paesi Europei. La nostra diplomazia ha saputo seguire una sua linea autonoma, mostrando una profonda capacità di analisi, apertura mentale, e un approccio moderno e “paritario” con una cultura così diversa come quella giapponese, sfuggendo alla presunzione e al complesso di superiorità che caratterizzava la linea delle potenze coloniali".

Perché questo libro e perché in giapponese?
"Trovo che questa nostra storia comune vada valorizzata, anche per rafforzare il rapporto di rispetto e di fiducia con un popolo che sempre mostra nei confronti dell’Italia una curiosità ed una fascinazione senza pari. E’ con questo spirito, con questa intelligenza e questo coraggio che arrivarono in Giappone a metà Ottocento i primi mercanti di seta piemontesi, oppure i commercianti di corallo e di perle di Torre del Greco. Ma spero di riuscire a pubblicare il libro anche in Italia, perché credo siano molti gli italiani appassionati dell’Oriente che si riconoscerebbero in questa avventura giapponese".

Che cosa rappresenta il viaggio in motocicletta e cosa è cambiato nella sua vita con la ricerca e il libro?
"A Tokyo, mentre preparavo la documentazione per l’Università, ho ritrovato un diario che avevo scritto nel 2003, durante un lungo giro del Giappone in motocicletta. Mi sono reso conto, dopo dieci anni, che quel mio viaggio solitario alla ricerca di una libertà interiore, si è concluso solo adesso".

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