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Last updateGio, 02 Feb 2017 9am

Macri presidente: un liberale alla guida dell'Argentina

Il neopresidente argentino è deciso ad accendere l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulle violazioni dei diritti civili in Venezuela. Il fronte del socialismo nella regione viene attaccato in maniera diretta per la prima volta
STEFANO PELAGGI - L’elezione di Mauricio Macri in Argentina segna un importante punto di svolta per gli equilibri della regione. La sconfitta di Scioli, il candidato appoggiato dal presidente uscente Cristina Fernández de Kirchner, mostra un segnale di volontà di cambiamento dopo un decennio di dominio politico della sinistra. Il modello socialista che ha orientato in maniera decisa l’America latina nel XXI secolo è fortemente ridimensionato, la libertà politica nel Venezuela post-Chavez ha destato allarme in tutto il mondo e i problemi del paese caraibico, dalla scarsità di prodotti alla violenza endemica sembrano insormontabili.

Il Brasile dopo i mondiali di calcio ha mostrato la debolezza strutturale di un sistema sociale basato su una eccessiva disparità della redistribuzione economica e i numerosi casi di corruzione hanno minimizzato l’immagine del miracolo economico brasiliano creata nell’ultimo decennio. Il consenso di Enrique Peña Nieto in Messico è sceso a livelli bassissimi dopo la fuga del narcotrafficante Joaquín “El Chapo” Guzmán, i continui episodi di corruzione e soprattutto con la strage di 43 studenti a Ayotzinapa, nello stato di Guerrero. L’immagine del Partito Rivoluzionario Istituzionale è notevolmente peggiorata, e con tutta probabilità le prossime elezioni apriranno le porte a nuove forza politiche. Il governo della Bachelet in Cile è sempre più vicino ad un orientamento centrista, con il coinvolgimento delle opposizioni nelle principali scelte politiche per contrastare le contestazioni provenienti dalla sinistra radicale in tema di educazione, sanità e lavoro.

La Bolivia di Morales sembra cercare una stabilità interna e gli interessi del presidente sono tutti volti ad una concertazione nazionale, per tentare l’ambiziosa modifica della costituzione che gli consentirebbe di celebrare nel 2025 i 200 anni di indipendenza del paese. L’interesso geopolitico mondiale è ormai diviso tra la definitiva affermazione economica del continente asiatico e i mille problemi che affliggono il Vicino Oriente, l’America latina è sempre più relegata in una periferia statica, anche se alcuni paesi come Cile, Colombia e Perù, ma anche Bolivia e Ecuador hanno mostrato una capacità di confrontarsi con le sfide economiche del futuro. Il brusco arresto del miracolo brasiliano ha determinato un passo indietro delle ambizioni di Brasilia, che non ha più la capacità e la volontà di aspirare ad un ruolo di primo piano nello scacchiere della politica internazionale.Il disinteresse degli Stati Uniti nei confronti del continente ha toccato sotto l’amministrazione Obama un picco inedito, l’America latina non tornerà più ad essere il cortile di casa e l’attenzione di Washington è limitata alle dinamiche di politica interna, ossia al confine messicano.

Il socialismo in America latina nasce dai movimenti che hanno attraversato il continente dagli anni 60 sino allo scorso decennio, i governi di sinistra che hanno governato la maggior parte dei paesi nella regione sono il prodotto di mezzo secolo di lotte e rivendicazioni. L’elezione di Hugo Chavez nel 1998 ha aperto la strada ad una vera e propria rivoluzione legata agli ideali del socialismo, spesso interpretato e rivisto in chiave populista. Nel 2009 tutti i governi della regione, con l’eccezione della Colombia, erano schierati a sinistra. Il cambiamento del colore politico dei paesi dell’America latina ha un significato diverso proprio per la peculiarità del socialismo nella regione. Tutti i leader che hanno governato nello scorso decennio venivano da decennio di lotte e condividevano un passato di antagonismo, frequentemente caratterizzato da un sentimento ostile a Washington, e di scelte radicali.

La svolta a sinistra del continente è stata frequentemente valutata in maniera positiva, o comunque con benevolenza, dall’Occidente. Il cambiamento politico è stato analizzato come la reazione alle ingerenze degli Stati Uniti nella regione e le valutazioni rispetto alle frequenti violazioni dei diritti umani e agli endemici casi di corruzione sono state spesso minimizzate.La repressione politica nei confronti dell’opposizione interna adottata da Chavez in Venezuela ed esacerbata da Maduro, raramente ha catturato l’attenzione dell’opinione pubblica ma anche la recente durissima campagna contro la stampa di Correa in Ecuador o il dubbio coinvolgimento dei servizi segreti argentini nel depistamento delle indagini sull’attentato alla sinagoga di Buenos Aires hanno destato eccessivi allarmi al di fuori dei confini nazionali. La “judgment-free zone” in America latina, secondo una recente definizione di Foreign Policy, può essere incrinata dall’azione di Macri, il conflitto è apparso evidente sin dalla campagna elettorale.

Lilian Tintori, la moglie del prigioniero politico venezuelano Leopoldo López, ha appoggiato la campagna di Macri comparendo spesso al suo fianco, mentre Correa ha più volte espresso il suo sostegno all’avversario Scioli. Da tempo le sfide elettorali nel continente non si occupavano di temi di politica estera, nessun esponente liberale aveva osato aprire un dibattito sulle violazioni dei diritti civili del socialismo latino americano.La strada intrapresa da Macri non è affatto facile, l’estraneità alla categoria del peronismo che ha dominato la politica argentina negli ultimi cinquanta anni costituirà una problematica soprattutto per la gestione della piazza e delle organizzazioni sindacali. La vittoria di Macri è innanzitutto la sconfitta del Kirchnerismo e del populismo argentino, le speranza del neoeletto presidente sono riposte proprio in questa interpretazione del voto popolare. Ben pochi avrebbero predetto la vittoria di un candidato che si rifà direttamente a Sarmiento e Roca, i due presidenti liberali dell’Argentina dell’800. Una campagna elettorale senza nessun riferimento diretto a Peron o al peronismo sarebbe stata giudicata perdente a priori da tutti gli analisti politici del paese, così come i riferimenti a Roca, il colonizzatore della Patagonia, stridono fortemente rispetto all’impronta legata alla cultura degli indios che la Kirchner ha imposto nella cultura argentina. La situazione economica del paese appare disastrosa e questa sarà la priorità principale del governo Macri.

Ma il 21 dicembre al summit del Mercosur, davanti ai leader degli altri paesi della regione tutti allineati con il Venezuela con l’eccezione del Paraguay, il neo eletto presidente lancerà con tutta probabilità un attacco diretto a Maduro proprio sulla questione delle libertà civili. A riprova dell’ambizione di Macri di svelare una realtà che tutti conoscono e di cui nessuno, fino ad ora ha voluto parlare apertamente.

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