Dom02192017

Last updateGio, 02 Feb 2017 9am

Macri presidente: un liberale alla guida dell'Argentina

Il neopresidente argentino è deciso ad accendere l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sulle violazioni dei diritti civili in Venezuela. Il fronte del socialismo nella regione viene attaccato in maniera diretta per la prima volta
STEFANO PELAGGI - L’elezione di Mauricio Macri in Argentina segna un importante punto di svolta per gli equilibri della regione. La sconfitta di Scioli, il candidato appoggiato dal presidente uscente Cristina Fernández de Kirchner, mostra un segnale di volontà di cambiamento dopo un decennio di dominio politico della sinistra. Il modello socialista che ha orientato in maniera decisa l’America latina nel XXI secolo è fortemente ridimensionato, la libertà politica nel Venezuela post-Chavez ha destato allarme in tutto il mondo e i problemi del paese caraibico, dalla scarsità di prodotti alla violenza endemica sembrano insormontabili.

Il Brasile dopo i mondiali di calcio ha mostrato la debolezza strutturale di un sistema sociale basato su una eccessiva disparità della redistribuzione economica e i numerosi casi di corruzione hanno minimizzato l’immagine del miracolo economico brasiliano creata nell’ultimo decennio. Il consenso di Enrique Peña Nieto in Messico è sceso a livelli bassissimi dopo la fuga del narcotrafficante Joaquín “El Chapo” Guzmán, i continui episodi di corruzione e soprattutto con la strage di 43 studenti a Ayotzinapa, nello stato di Guerrero. L’immagine del Partito Rivoluzionario Istituzionale è notevolmente peggiorata, e con tutta probabilità le prossime elezioni apriranno le porte a nuove forza politiche. Il governo della Bachelet in Cile è sempre più vicino ad un orientamento centrista, con il coinvolgimento delle opposizioni nelle principali scelte politiche per contrastare le contestazioni provenienti dalla sinistra radicale in tema di educazione, sanità e lavoro.

La Bolivia di Morales sembra cercare una stabilità interna e gli interessi del presidente sono tutti volti ad una concertazione nazionale, per tentare l’ambiziosa modifica della costituzione che gli consentirebbe di celebrare nel 2025 i 200 anni di indipendenza del paese. L’interesso geopolitico mondiale è ormai diviso tra la definitiva affermazione economica del continente asiatico e i mille problemi che affliggono il Vicino Oriente, l’America latina è sempre più relegata in una periferia statica, anche se alcuni paesi come Cile, Colombia e Perù, ma anche Bolivia e Ecuador hanno mostrato una capacità di confrontarsi con le sfide economiche del futuro. Il brusco arresto del miracolo brasiliano ha determinato un passo indietro delle ambizioni di Brasilia, che non ha più la capacità e la volontà di aspirare ad un ruolo di primo piano nello scacchiere della politica internazionale.Il disinteresse degli Stati Uniti nei confronti del continente ha toccato sotto l’amministrazione Obama un picco inedito, l’America latina non tornerà più ad essere il cortile di casa e l’attenzione di Washington è limitata alle dinamiche di politica interna, ossia al confine messicano.

Il socialismo in America latina nasce dai movimenti che hanno attraversato il continente dagli anni 60 sino allo scorso decennio, i governi di sinistra che hanno governato la maggior parte dei paesi nella regione sono il prodotto di mezzo secolo di lotte e rivendicazioni. L’elezione di Hugo Chavez nel 1998 ha aperto la strada ad una vera e propria rivoluzione legata agli ideali del socialismo, spesso interpretato e rivisto in chiave populista. Nel 2009 tutti i governi della regione, con l’eccezione della Colombia, erano schierati a sinistra. Il cambiamento del colore politico dei paesi dell’America latina ha un significato diverso proprio per la peculiarità del socialismo nella regione. Tutti i leader che hanno governato nello scorso decennio venivano da decennio di lotte e condividevano un passato di antagonismo, frequentemente caratterizzato da un sentimento ostile a Washington, e di scelte radicali.

La svolta a sinistra del continente è stata frequentemente valutata in maniera positiva, o comunque con benevolenza, dall’Occidente. Il cambiamento politico è stato analizzato come la reazione alle ingerenze degli Stati Uniti nella regione e le valutazioni rispetto alle frequenti violazioni dei diritti umani e agli endemici casi di corruzione sono state spesso minimizzate.La repressione politica nei confronti dell’opposizione interna adottata da Chavez in Venezuela ed esacerbata da Maduro, raramente ha catturato l’attenzione dell’opinione pubblica ma anche la recente durissima campagna contro la stampa di Correa in Ecuador o il dubbio coinvolgimento dei servizi segreti argentini nel depistamento delle indagini sull’attentato alla sinagoga di Buenos Aires hanno destato eccessivi allarmi al di fuori dei confini nazionali. La “judgment-free zone” in America latina, secondo una recente definizione di Foreign Policy, può essere incrinata dall’azione di Macri, il conflitto è apparso evidente sin dalla campagna elettorale.

Lilian Tintori, la moglie del prigioniero politico venezuelano Leopoldo López, ha appoggiato la campagna di Macri comparendo spesso al suo fianco, mentre Correa ha più volte espresso il suo sostegno all’avversario Scioli. Da tempo le sfide elettorali nel continente non si occupavano di temi di politica estera, nessun esponente liberale aveva osato aprire un dibattito sulle violazioni dei diritti civili del socialismo latino americano.La strada intrapresa da Macri non è affatto facile, l’estraneità alla categoria del peronismo che ha dominato la politica argentina negli ultimi cinquanta anni costituirà una problematica soprattutto per la gestione della piazza e delle organizzazioni sindacali. La vittoria di Macri è innanzitutto la sconfitta del Kirchnerismo e del populismo argentino, le speranza del neoeletto presidente sono riposte proprio in questa interpretazione del voto popolare. Ben pochi avrebbero predetto la vittoria di un candidato che si rifà direttamente a Sarmiento e Roca, i due presidenti liberali dell’Argentina dell’800. Una campagna elettorale senza nessun riferimento diretto a Peron o al peronismo sarebbe stata giudicata perdente a priori da tutti gli analisti politici del paese, così come i riferimenti a Roca, il colonizzatore della Patagonia, stridono fortemente rispetto all’impronta legata alla cultura degli indios che la Kirchner ha imposto nella cultura argentina. La situazione economica del paese appare disastrosa e questa sarà la priorità principale del governo Macri.

Ma il 21 dicembre al summit del Mercosur, davanti ai leader degli altri paesi della regione tutti allineati con il Venezuela con l’eccezione del Paraguay, il neo eletto presidente lancerà con tutta probabilità un attacco diretto a Maduro proprio sulla questione delle libertà civili. A riprova dell’ambizione di Macri di svelare una realtà che tutti conoscono e di cui nessuno, fino ad ora ha voluto parlare apertamente.

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L'Italia manda il due di picche

TULLIO ZEMBO - I grandi della Terra sono attesi a Buenos Aires fra qualche giorno, il 10 dicembre, per la cerimonia d'insediamento del nuovo Presidente dell'Argentina. E l'Italia chi manda? Tale Maurizio Martina, pro tempore ministro dell'agricoltura che penso sia sconosciuto all'80% degli italiani. Chi manda Re e chi manda il due di picche.
Chissà come è stato scelto Martina, forse perché era il suo turrno di viaggiare o forse perché si chiama Maurizio come Macri.
Peccato, un'altra occasione sprecata. Invece di approfittare del nuovo clima d'apertura impersonificato dall'italo-argentino Mauricio Macri, il capo del governo italiano si comporta da segretario del PD e si adegua a quanto manifestato dal circolo di Buenos Aires del suo partito, secondo il quale con la sconfitta di Cristina Kirchner sarebbero finiti “gli anni di progresso economico, sociale e civile, che hanno avuto come risultato l’inclusione di molte persone”, ma “prima o poi il popolo argentino e le forze che lo rappresentano, tra cui il Pd – Buenos Aires, resisteranno all’avanzata della destra”.
Povera Italia.

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Pay for citizenship: il nuovo sistema di riconoscimento della cittadinanza del Governo Renzi

MARIANO GAZZOLA * - Devo confessarlo: preferivo il silenzio alle assurde dichiarazioni di alcuni parlamentari eletti all’estero della maggioranza, che cercano di giustificare l’emendamento del Sen. Tonini al decreto Irpef,  che introduce una tassazione sulle richieste di riconoscimento della cittadinanza italiana.
Il silenzio sarebbe stato almeno la prova del loro imbarazzo di fronte a una scellerata proposta, che non è altro che la negazione di un diritto.
Invece le recenti dichiarazioni di questi parlamentari sono la prova tangibile della loro ipocrisia.
Si conferma una volta di più quel che il MAIE sostiene da tempo: i parlamentari eletti all’estero dei partiti “romani” sono costretti a obbedire agli ordini delle segreterie; perciò debbono ricorrere a sempre più titaniche capriole intellettuali per giustificare le scelte dei loro partiti e, nel caso specifico, del Governo Renzi nei confronti degli italiani nel mondo.
Secondo alcuni di questi parlamentari opporsi a una tassa di 300 euro per vedersi riconosciuto un diritto è un atto di demagogia.
Ma invece un provvedimento che elargisce 80 euro a 10 milioni di persone, poco prima delle elezioni,  non lo è!
Quando siamo d’accordo con una decisione del Governo (come lo siamo stati nel caso del bonus IRPEF ) siamo democratici, ma quando lo critichiamo allora siamo demagogici.
Strana la concezione della demagogia che hanno questi parlamentari!
 Ma non finisce qui.
Definiscono  “contributo”  una somma di denaro che in tanti paesi di residenza della nostra comunità rappresenta l’intero stipendio di un operario!
Viene definita “tassa per il trattamento della domanda di riconoscimento” ciò che in realtà altro non è che una sostanziale modifica alla legge di cittadinanza, in quanto il principio di trasmissione della cittadinanza iuris sanguinis viene eliminato – o comunque circoscritto - da un balzello di 300 euro.
Migliaia di cittadini (va ricordato che la legge dice che si è cittadini dalla nascita) che aspettano da anni il riconoscimento del proprio status civitatis, non solo ora dovranno dimostrare la propria discendenza italiana, ma dovranno poter anche dimostrare che le loro risorse economiche sono tali da potersi permettere di  pagare 300 euro per iniziare la pratica. 
E se poi si tratta di più persone della stessa famiglia che chiedono la cittadinanza (ad es. il figlio e il nipote di un emigrato), la tassa si raddoppia?( 300 per il figlio e 300 il padre?)
Non è dato saperlo, perché i nostri parlamentari si sono dimenticati di chiarirlo.
È vero quanto dice uno dei due parlamentari: è un provvedimento destinato all’azzeramento delle pesanti liste di attesa accumulatesi in America Latina (soprattutto in Brasile). Certo!
Gran parte delle persone che sono in attesa non potranno permettersi di pagare i 300 euro, e rinunceranno al loro diritto.
Una propria e vera soluzione finale. E meno male che la proposta viene da un partito dell’area progressista e giustificata da un deputato “residente” in Brasile!!
Fa quasi tenerezza leggere tra che i 300 euro “ saranno funzionali a dare un miglior servizio agli italiani all’estero”… Mentre si continuano a chiudere i Consolati e le Ambasciate?
E come, poi? Se l’emendamento – lo ho letto centinaia di volte, sperando mi sia sfuggito - non prevede che il ricavato venga destinato alle strutture consolari che dovrebbero riceverlo.
Uno dei due parlamentari in causa, resosi conto di questo problema, lo ammette quando esplicitamente parla di un “nesso virtuoso” e “non vizioso” tra “la presenza all’estero delle nostre comunità e l’aumento di risorse da destinare” (magari intende “da destinare in un futuro remoto, e quando ci sarà un altro governo”) “ai servizi consolari”.
Ci  sembra di capire che in questo caso  la “virtù” non si trovi più nel giusto mezzo tra gli estremi, come ci hanno insegnato, ma nel portafoglio di chi ha almeno 300 euro!
Finalmente abbiamo scoperto a cosa serve il Comitato sugli Italiani nel Mondo e la Promozione del Sistema Paese: a superare Aristotele!
*Consigliere CGIE - MAIE Argentina

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Italia, sveglia!

TULLIO ZEMBO - Mauricio Macri entrerà nelle sue funzioni il 10 dicembre, ma già un paio di grandi nazioni europee si sono prontamente mosse perché si sono accorte che, con il cambiamento deciso dalle elezioni, l’Argentina esce da una chiusura autarchica e terzomondista per riaprirsi alle relazioni soprattutto con i Paesi europei ed agli investimenti.
Il ministro degli esteri spagnolo, José Manuel García Margallo, si è precipitato a Buenos Aires per incontrare Macri e dichiarare: “Vogliamo dimostrare che vogliamo ritornare a tenere relazioni con l’Argentina al livello delle nostre relazioni storiche e dei nostri vincoli culturali e umani”.
Margallo ha annunciato che la Spagna sarà rappresentata al massimo livello, con il re Juan Carlos I, alla cerimonia di assunzione del presidente eletto.
Il Presidente della Repubblica francese ha scritto a Macri per chiedergli un incontro a febbraio nella capitale argentina per “approfondire il nostro dialogo ed intensificare le nostre relazioni bilaterali”.
E l’Italia? Finora non pervenuto.
Sarebbe davvero imperdonabile se l’Italia sprecasse l’occasione di mettere a frutto il naturale vantaggio che ha anche per il fatto che il nuovo Presidente è italiano, come italiana è in gran parte la popolazione argentina.
Basti pensare all’enorme vantaggio di una stretta collaborazione fra un Paese manifatturiero che trasforma materie prime d’importazione  ed un Paese che le materie prime le ha tutte.
E dunque si svegli l’Italia dagli allori sui quali sembra addormentata  Un mese fa il Presidente del Consiglio Renzi è stato in America Latina, è passato dal Cile al Perù, alla Colombia ed a Cuba. Dall’Argentina è passato al largo quando la vittoria di Macri era già nell’aria e con un incontro informale avrebbe potuto battere tutti sul tempo.

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Italia e L'ITALIANO protagonisti della movida culturale di Buenos Aires

Marcelo Bomrad-Casanova - Negli ultimi mesi di quest´anno la città di Buenos Aires sembra aver accelerato bruscamente la già nutrita offerta di eventi culturali che la caratterizzano. Quella degli eventi culturali é una attività che fa parte da sempre della vita quotidiana della metropoli sudamericana. 

Mai come quest´anno l´Italia ha avuto un ruolo da protagonista nell´ambito degli stessi. Nel passato mese di giugno é stato realizzato, grazie ad una interessante sinergia tra le massime istituzioni ufficiali italiane locali ed il ministero della cultura del governo della cittá, il Verano Italiano (Estate italiana). Trenta giorni di cinema, teatro, arte e cultura del nostro paese messi a disposizioni della popolazione. Che ha risposto con affetto ed un alto livello di partecipazione. Un grande successo. Il Verano Italiano ha regalato inoltre una grande sorpresa. Per la prima volta é stata realizzata la Settimana della cucina italiana organizzata dal nostro direttore Tullio Zembo  e dal giornalista enogastronomico Pietro Sorba con il patrocinio  con il patrocinio ufficiale della nostra Ambasciata, del Consolato Generale e del ministero della cultura del governo della città di Buenos Aires. I risultati? Straordinari. La nostra gastronomia é una grande calamita capace di catturare in modo trasversale l´interesse del pubblico. E così é stato grazie ad un programma di attivitá pragmatico e ben assortito. 

Nei giorni scorsi (dal 28/9 al 4/10) é stata presentata e realizzata la Settimana dei bodegones porteños. I bodegones sono i ristoranti tipici della città. Antichi, infarciti di mistica e cattedrali della tradizionale cucina porteña (porteña significa di Buenos Aires), l´insieme di ricette nate da un esempio unico di fusione gastronomica ante litteram, iniziata più di centoventi anni fa con l´arrivo degli emigranti. Il menú tipico dei bodegones porteños riunisce i sapori di alcune cucine regionali italiane, spagnole ed in piccola parte di quelle tedesche. Ed i sapori italiani giocano un ruolo fondamentale in questo ricettario lontano dodicimila chilometri dalla madre patria. 

Anche in questo caso il successo é stato straordinario. L´evento é stato organizzato ancora una volta da Pietro Sorba che ha siglato un accordo sinergico con L´ITALIANO finalizzato alla promozione dell´evento. Quasi un milioni di utenti web sono entrati nel link che L´ITALIANO ha messo a disposizione del pubblico per far conoscere i bodegones partecipanti ed i loro rispettivi menú. 

Oggi, domenica 8 di ottobre, una altra festa con l´Italia protagonista: Buenos Aires celebra Italia. La città rende il suo omaggio alla collettività italiana mettendo a disposizione la tradizionale Avenida de Mayo dove saranno presenti decine di stands che offriranno specialità alimentari, oggetti ricordi ed altri elementi che testimonieranno l´italianità presente nel DNA argentino. L´ITALIANO è presente con un suo stand per far ricordare il suo prezioso ed insostituibile ruolo nella diffusione dei valori culturali italiani nel paese.  

 

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Argentina in default. E ora?

Falliti i negoziati ad oltranza a New York. Ma il giudice Griesa ha convocato un'udienza questa mattina presso la Corte di New York con la presenza dei rappresentanti del governo argentino e degli hedge fund. Alcune banche straniere starebbero cercando una soluzione. L'Argentina ha fatto bene a non piegarsi al ricatto
L' Argentina ha dichiarato default. Anche se il ministro dell'economia argentino, Axel Kicillof, in una conferenza stampa ha sostenuto che il suo Paese non era in default perchè aveva dimostrato la sua volontà di pagare depositando nella Bank of New York Mellon i fondi per coprire gli interessi in scadenza sui bond ristrutturati.
Non ha portato nessun risultato la maratona negoziale a New York e la trattativa con gli hedge fund creditori si è conclusa senza nessun accordo.
Il giudice Thomas Griesa, che aveva congelato i 539 milioni di dollari depositati nella banca dall'Argentina, aveva dichiarato che avrebbe concesso una sospensione della sentenza se gli hedge fund avessero accettato, ma non lo hanno voluto fare soprattutto Nml Capital e Surelius ed hanno continuato a pretendere il rimborso integrale delle loro obbligazioni per 1,5 miliardi.
Insomma un giudice nordamericano ha deciso che l'Argentina dovesse essere in balìa degli "avvoltoi".
Il fondo Elliot Capital che ha vinto la causa è specializzato in questo tipo di operazioni: acquista a prezzi irrisori titoli di paesi finiti in default e percorre poi la via giudiziaria per ottenere rimborsi o costringere lo Stato a una mediazione. Ci aveva già provato con successo nel 1996 con il Perù, acquistando bond per 11 milioni e ottenendone alla fine 60 di rimborsi. Secondo il governo argentino Elliot Capital avrebbe comprato titoli dichiarati in default per 49 milioni di dollari e ora potrebbe incassarne oltre 830 con un guadagno del 1600% in soli sei anni. Guardando al passato vale la pena ricordare un episodio tra tanti. Nel marzo del 2001 David Mulford in rappresentanza di Credit Suisse convinse il governo argentino, alle prese con una carenza di liquidità, ad aderire a un’operazione di swap del debito. Le scadenze dei pagamenti venivano posticipate ma gli interessi sui titoli diventavano ancora più insostenibili. L’operazione fruttò all’istituto svizzero e alle altre banche internazionali coinvolte commissioni per 90 milioni di dollari, ma affossò definitivamente le già risicate chances di ripresa del paese.
Quindi, dopo 13 anni, l'Argentina è nuovamente in default.
Sui mercati internazionali non dovrebbero esserci grandi contraccolpi anche se l'agenzia di rating Standard & Poor's si è affrettata a concludere, già mercoledì, che l'Argentina è in "selective default" a seguito del mancato pagamento su alcuni dei titoli del suo debito sovrano in valuta straniera. Infatti Buenos Aires è assente dal palcoscenico obbligazionario globale dal default del 2001-2002 e il debito argentino rappresenta all'incirca l'1 percento nell'indice dei mercati emergenti di JP Morgan.
Piuttosto potrebbero innescarsi guai seri sul mercato interno per un Paese che ha riserve per appena 30 miliardi dollari e si trova a fronteggiare una situazione economica tutt’altro che rosea con l'aggravarsi della recessione e l'aumento di un'inflazione che è già al 40%.
Una brutta situazione, come ha constatato amaramente il mediatore designato dal giudice Griesa Daniel Pollack: "Il default non è solo una questione tecnica - ha detto - E' un doloroso evento che danneggia persone reali: tutti i cittadini argentini, i creditori che avevano accettato i titoli ristrutturati e che ora non ricevono gli interessi e i creditori dissidenti che non possono far valere le loro vittorie giudiziarie".
L'Argentina non poteva fare altrimenti a meno di sottostare al ricatto degli hedge fund ed ha dimostrato concretamente la sua volontà di pagare.
Il paradossale è che un giudice di un paese straniero possa decidere sul destino di una nazione sovrana.
Se ne deve essere accorto alla fine anche il giudice Griesa, che ha convocato per questa mattina alle 11 (le 12 ora argentina) un'udienza presso la Corte di New York con la presenza dei rappresentanti del governo argentino e degli hedge fund.
Ma non è il solo segnale che si sta cercando di smuovere la situazione. Nel cuore di Mabnhattan, fra la quinta e la sesta strada, dove ha sede  l'hedge fund Elliot, sarebbero in corso negoziazioni  tra i fondi e rappresentanti di banche straniere.
Dopo il fallimento del tentativo di banche argentine che volevano acquistare il debito degli hedge, sarebbero ora in pista alcune banche straniere, fra le quali HSBC, Citibnk e JP Morgan.
Vedremo come andrà a finire.

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Tullio Zembo: Siamo al punto cruciale e con l´appoggio della nostra Comunità possiamo vincere la causa per il pagamento in Euro delle pensioni italiane

José Mantovano - La Class Action che ha nel direttore de L´ITALIANO il primus motor, approda all´ultima istanza della Giustizia argentina

L´azione giudiziaria
Molto si é parlato dell´Amparo  a proposito sia della statua di Colombo come delle pensioni in Euro. Molti hanno  presentato Amparo. Colombo oggi non si tocca perché un giudice ha concesso un Amparo (in italiano "protezione") mentre poi si discuterá la questione di fondo. Cosi é stato anche per le pensioni, qualche avvocato ha presentato un amparo per un pensionato chiedendo al Giudice, che in attesa di un pronunciamento definitivo sulla questione di fondo, si consentisse a quel pensionato e a lui solo (l´amparo si occupa di diritti individuali ) di continuare a percepire la pensione in euro.
Con un " amparo" dunque non si risolve la questione nè di fondo nè di tutti i pensionati, ma si procrastina per un tempo limitato la situazione di una singola persona.
Immaginare poi che ogni singolo pensionato debba "scendere in  campo"  per difendere il proprio diritto a percepire la sua pensione in Eurto é impensabile. Primo per il costo/beneficio, secondo per la uniformitá di infinite richieste (demandas), terzo per eventuali contraddizioni che potrebbero sorgere da giudice a giudice in risposta a processi impostati da centinaia di avvocati diversi.
Restava dunque un altra sola via che è la via della Class Action. La class aciton adesso anche nel nostro ordinamento giuridico permette, per questioni che concernono grande quantitá di interessati / danneggiati  e per "piccole" somme, di iniziare una sola  azione,
solo attraverso organizzazioni di difesa dei consumatori, con un caso esemplare in modo che le decisioni del giudice possano  poi essere immediatamente esecutive nei confronti di tutti coloro che si trovino nelle stesse condizioni giuridiche.
Dunque una " Class Action", se positiva, ha effetto erga omnes, cioé per tutti i pensionati Inps e senza costi alcuni.
Nella malaugurata eventualità che l´esito fosse negativo, la sentenza non avrebbe comunque alcun effetto patrimoniale per nessuno dei pensionati, cioé nessun costo.
 Questa via,  della azione di classe  è quella intrapresa, con serietà e senza sbandieranti, da Tullio Zembo che, oltre ad essere direttore de L´ITALIANO, è rappresentante dell´associazione di consumatori ADUSBEF in Argentina.
Da anni Zembo, assieme all´Avv. Matias Luchisky, esperto in diritto dei consumatori, ha  iniziato azioni legali contro la insopportabile decisione di liquidare le pensioni Inps obbligatoriamente in Pesos con relativa drastica decurtazione del potere d´acquisto.
E´ una lotta improba quella nei tribunali contro le grandi banche ed è lunga, estenuante. E poco gratificante.
Dopo due sentenze, si è arrivati ora all´ultimo grado di giudizio, quello del Ricorso Straordinario. Qui si gioca il tutto per tutto ed è l´ultima occasione perché venga riconosciuto il diritto violato dei pensionati.
 
La situazione attuale
L´Inps versa milioni di euro alle banche. Banche al plurale perché, ignorando bellamente il divieto di subappalto, la banca vincitrice dell´appalto fa accordi con altre banche, così che si struttura una filiera di intermediari fra l´Inps ed il pensionato.
Le banche, dicevamo, ricevono milioni di Euro (moneta forte), li mettono in cassaforte e poi pagano in Pesos (moneta tutt´altro che forte).
In questo modo le banche si arricchiscono ed i pensionati si impoveriscono.
"Ci obbliga il Governo argentino  a tenerci gli Euro ed a pagare in Pesos" dicono le banche.
Intanto, ammesso e non concesso che  che sia giustificato  "ritenere"  gli euro sacrosanti dei nostri pensionati, almeno si dovrebbero limitare i danni obbligando la banca pagatrice ad attuare nei loro confronti il cambio d´acquisto, ben più favorevole di quello di vendita.
Ma la Class Action di Zembo & C. mira al pagamento delle pensioni in bigliettino Euro. Si ritiene infatti che un decreto governativo (quello della "pesificazione" non possa andare contro l´accordo bilaterale italo-argentino. E´ una questione di gerarchia sul piano costituzionale.
Se la causa sarà vinta, verrebbero restituite a ciascun pensionato tutte le somme a loro praticamente sottratte nel corso di anni di cambio valutario forzato ed ingiustificato e si pagherebbe loro le pensioni in Euro senza costi alcuni nè parcelle professionali da pagare.
 
Il supporto della Comunità italiana
Questa battaglia, questa vera e propria guerra, è stata finora condotta in silenzio, senza proclami pubblicitari, mirando esclusivamente a raggiungere l´obiettivo.
"Ora però siamo arrivati alla fase cruciale, nella quale c´è bisogno del massimo sostegno da parte di tutta la comunità italiana"- dice Tullio Zembo - "E´ ora che federazioni, associazioni, enti e patronati ci diano una mano presentandosi alla Corte come "Amicus Curiae" per affermare che i nostri pensionati hanno ragione".
Ritorneremo sull´argomento e daremo indicazioni su come procedere in questo senso legalmente e correttamente.

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